ANNA

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Anna è malata della sua convinzione.

Lei non crede di aver bisogno dell’amore.

La guardo vagare nella notte per le strade della nostra città, mentre noi torniamo dal nostro lavoro.

Lei è ferma ad aspettare qualcuno che la “fitti” per qualche spicciolo.

Si perde nelle strade sconosciute.

Anna ha quei capelli ricci, rossi, disordinati che coprono il suo sguardo sempre assente mentre accenna un sorriso stretto come se temesse di essere felice.

Cerca qualcosa che non esiste, fra diverse pelli, abitazioni, corpi.

Credetemi ci parlo, ma lei è sorda dinanzi alle mie ragioni.

La rabbia, la memoria, descrivo giorni migliori mentre lei mi guarda disinteressata, quasi implorando il mio silenzio, e mi dice:

“io sono una dea per gli uomini che hanno bisogno di burlare la disperazione! Sono il calice dal quale si dissetano, l’incarnazione del loro desiderio e della loro passione!”

Le sorrido e qualche volta mi sorride anche lei mentre si prepara l’ennesima sigaretta cospargendo di tabacco anche il suo vestito.

Anna come me sognava la neve mentre correva nel fango della nostra amata terra fra la crescita dei fiori di Marzo.

Insieme abbiamo vissuto il dolore della morte, la gioia della nascita, il perché dell’abbandono e la fame.

Insieme abbiamo cercato la diversità da quel mondo sbagliato, arido, losco.

Insieme abbiamo pianto, sorriso, sognato e lottato per qualcosa di meglio senza perdere mai la fede in Dio, lei però ha assaggiato l’avidità dell’uomo ed ora il suo sogno è la vita semplice, lo shampagne.

Le sue radici ormai amare le hanno fatto prendere il volo, ma io temo le sue ali.

Alla sua determinazione di raggiungere io fingo di sorridere e qualche volta mi guarda e con un ghigno mi sorride anche lei.

Anna è malata nella sua solitudine.

Lilly

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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