Citazioni di Aung San Suu Kyi

Nata nel 1945 in Birmania, Aung San Suu Kyi s’impone sulla scena politica del paese, oppresso da una pesante dittatura militare, come leader del movimento non violento, fondando la Lega nazionale per la democrazia e meritando nel 1991 il premio Nobel per la pace. Autrice di numerosi libri, fino al 2010 è stata agli arresti domiciliari.
Aung San Suu Kyi è attualmente Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente.

Quando onoro mio padre, rendo omaggio a tutti coloro che si battono per l’integrità politica in Birmania.

Non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo del potere corrompe chi ne è soggetto.

 

Una forma molto insidiosa di paura è quella che si maschera come buon senso o addirittura saggezza, condannando come sciocchi, inconsulti, insignificanti o velleitari i piccoli atti di coraggio quotidiani che contribuiscono a salvaguardare la stima per se stessi e la dignità umana.

 

Ciò che conduce l’uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un’umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.

 

L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo.

 

Sarebbe difficile sconfiggere l’ignoranza senza la libertà scevra di paura di perseguire la verità. Dal momento che il rapporto fra paura e corruzione è tanto stretto, non può meravigliare che in ogni società in cui matura la paura, la corruzione si radichi profondamente in tutte le sue forme.

 

Mio padre morì quando ero troppo giovane per averne ricordo. Nel tentativo di scoprire che tipo d’uomo fosse stato, ho iniziato a leggere e a raccogliere materiale sulla sua vita. […] Scrivere su una persona alla quale si è strettamente imparentati è un compito difficile e l’autore si espone a possibili accuse di scarsa obiettività. I biografi sono inevitabilmente condizionati dal materiale a disposizione e dagli avvenimenti e dalle conoscenze che influenzano il loro giudizio. Da parte mia, posso solo dire che ho cercato di presentare un ritratto sincero di mio padre così come lo vedo.

 

Non è facile per un popolo condizionato dai timori, soggetto alla regola ferrea che la ragione è del più forte, liberarsi dai debilitanti miasmi della paura. Eppure, anche sotto la minaccia della macchina statale più schiacciante, il coraggio continua a risorgere, poiché la paura non è lo stato naturale dell’uomo civile.

 

Tanto ottimismo (con il senno del poi certamente malriposto) può essere giustificato soltanto dalla pura e incorruttibile intenzione di Aung San Suu Kyi di seguire i suoi modelli ispiratori, il Budda e Mahatma Gandhi che predicò Ahimsa, la non violenza, come unico metodo di liberazione spirituale e di lotta contro regimi tirannici insensibili verso i diritti dell’uomo. Tornerò più avanti su questo delicato concetto, che in passato molti hanno giudicato nel migliore dei casi romantico, nel peggiore deleterio per la causa di un popolo alla ricerca della libertà.

 

Per ora preferisco limitarmi a fatti oggettivi che hanno segnato profondamente, con tutte le contraddizioni legate alle diverse circostanze, il percorso politico e sociale del paese, oggi ribattezzato Unione di Myanmar. Dice un antico proverbio birmano che il cattivo danzatore attribuisce sempre i suoi errori al pavimento. Ed è difficile negare che nella storia antica e recente della Birmania di cattivi danzatori ne siano saliti fin troppi sul palcoscenico della bella e triste perla del Sudest asiatico. Gli stessi eroi dell’indipendenza, tra i quali Bogyoke Aung San, padre di Aung San Suu Kyi, dovettero pentirsi amaramente dell’errore di aver richiesto l’intervento giapponese per porre fine alla colonizzazione britannica, visto che furono costretti poi a rivolgersi allo stesso esercito della Regina per cacciare gli spietati «liberatori» nipponici. Molti di loro, convinti nel 1947 che la guerra e le migliaia di vittime fossero stati il prezzo inevitabile e finale da pagare per uno Stato libero e indipendente, morirono martiri assieme a Bogyoke Aung San nel primo colpo di Stato realizzato dopo l’avvento della democrazia da gruppi di cospiratori determinati a eliminare pericolosi e superflui idealisti dalla scena politica nazionale.

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