Benedetto Croce, Amicizia

Per ben intendere questo rapporto morale, bisogna muovere dall’amore, non da eros, ma dall’amore salito appunto a rapporto morale, amore di consorti: il legame di due esseri che vivono l’uno per l’altro, pronto ciascuno a dare sé stesso per l’altro, pel bene, per la felicità, per la gioia dell’altro. Legame bilaterale, che, se diventa unilaterale, discende ad attaccamento passionale e sensuale, o si cangia in affetto di compassione, di protezione e simili. L’amore importa egualità, quantunque solo nell’amore, ché, nel resto, si può essere differentissimi e disparatissimi. Quel che sulle basi naturali sorge tra l’uomo e la donna come amore, sorge nelle altre parti della vita sociale come amicizia. Anche qui bilateralità, egualità, non protezione, non inferiorità; anche qui niente di utilitario, altrimenti è scambio economico, né di meramente affettivo, altrimenti si chiama simpatia; anche qui parità, ma solo nell’amicizia; anche qui, come è noto, rarità del legame nella sua perfezione; forse anche maggiore che nell’amore coniugale. Come l’amore, l’amicizia non ha nulla da vedere col giudizio che si rechi sull’individuo nel suo complesso; non ha da vedere coll’ammirazione intellettuale o etica. Hanno torto del pari coloro che pretendono l’amico irreprensibile e coloro che per amicizia smarriscono o relegano in un canto il giudizio critico e morale.

L’amicizia consiste tutta in quel reciproco legame delle anime. E per questo essa è un istituto morale, il cui significato e valore sta nella realtà del disinteresse nell’uno e nell’altro, nel sentirsi sollevati sull’utilitarismo. Onde nell’amicizia, come nell’amore, si trova un rifugio: coll’amico ci si sfoga, ci si confida, si piange e si ride insieme. Solo tra amici si ride davvero, di riso sano. A tutti gli altri uomini dobbiamo giustizia, ma all’amico par che si debba non solo giustizia, quella che gli spetta come ad ogni altro uomo, ma qualcosa di più, per l’appunto l’amicizia. E qui potrebbe sembrare che nell’amicizia ci sia dell’ingiustizia, o, come si dice, della parzialità. Ma se, mercé l’amicizia, si promuove la disposizione morale, che è anzi tutto disinteresse personale, all’amico che si presume vero e sincero si dà quel che gli spetta, cioè quel che egli è pronto a dare a noi: e questa è pur giustizia, la giustizia del caso particolare. All’amicizia si è ispirata la poesia con le diadi famose, particolarmente nell’antichità e nel Medioevo, e da esse sono sorte istituzioni cavalleresche, come quelle dei fratelli d’arme. Si direbbe che, nei tempi moderni, più complicati e più mobili, il culto dell’amicizia abbia minor luogo, e certo ha cangiato forme. Pure senza amicizia, come senza amore non possono vivere se non i bruti o i santi: i primi, perché ad essa non si sono innalzati; i secondi perché l’hanno distanziata e attinto la forza eroica di vivere nell’ideale e per l’ideale, senza bisogno di appoggi sociali e di conforti.

Ma bruti e santi sono concetti-limite o astrazioni, e non esistono nella realtà; il che vuol dire che tutti gli uomini hanno bisogno di amicizia, e tutti, alla meglio o alla peggio, provvedono a questo bisogno. Come il rapporto dell’amore è ricco di amori traditi, così anche quello dell’amicizia, di amici ingannati e poi delusi. Ma non giova insistere su questi aspetti ovvi, che il Metastasio metteva in versetti, e che, meglio di lui, mise in energici e immaginosi versi il vecchio “trouvère” Rutebeuf, quando disse di quelle false sembianze di amici: “Ce sont amis que vent emporte. Et il ventait devant ma porte”. Piuttosto, è da aggiungere che, anche quando la fortuna non concede gli amici o l’amico, quando ci si risolve a vivere “in solitudine”, e s’intonano le lodi della “vita solitaria”, della beata solitudo sola beatitudo, proprio allora non si fa altro che procurarsi altre amicizie o altra compagnia: una compagnia meno corporea ma più salda e più sicura, nel paese ideale in cui convengono gli spiriti di ogni luogo e tempo. E colà si intende e si prosegue il pensiero e il sentire degli uomini del passato, e si conversa con loro, e si palpita coi loro cuori. Di tanto in tanto scopriamo (e con quanta gioia) anime e intelletti che prima non conoscevamo o non avevamo intesi, e quella compagnia si allarga e si arricchisce. E se teniamo al nostro buon nome, e ad essere stimati quando non saremo più della terra, è per il desiderio e la speranza di convivere in quel mondo che amammo, e di là comunicare senza impedimenti con gli uomini che passano sulla terra.

Benedetto Croce, Amicizia

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