Descrizione della coscienza (Studio approfondito)

Descrizione della coscienza 

proverbi-vecchio-saggioPer coscienza si intende la consapevolezza che il soggetto ha di sé e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e dell’insieme delle proprie attività interiori.

Anticamente con coscienza si intendeva qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell’ambito psicologico e filosofico. Non tutti gli antichi dividevano l’uomo in mente e corpo. Anzi, era molto diffusa l’idea che l’uomo avesse tre funzioni relativamente indipendenti chiamate “centro intellettivo”, “centro motore-istintivo” e “centro emozionale”, collocate rispettivamente in una parte dell’encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell’uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati “gangli del simpatico e del parasimpatico”. Ebbene “coscienza” indicava quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (sapere insieme) che, se raggiunto, permetteva all’uomo di elevare la propria ragione.

La psicologia tradizionale indica con coscienza una funzione generale propria della capacità umana di assimilare la conoscenza. All’inizio vi è consapevolezza, cioè constatazione attiva della nuova conoscenza; quando a questa segue la permeazione definitiva del nuovo come parte integrante del vecchio, si può parlare di coscienza.

Questa funzione, applicata al susseguirsi di fenomeni di conoscenza (non solo sensoriali) genera il fenomeno della coscienza. Come fenomeno dinamico che si protrae nel tempo può essere identificata come un vero e proprio processo.

 

 

proverbi-vecchio-saggioStato di coscienza Ambiti

A seconda dell’ambito nel quale viene osservata, la coscienza viene intesa nei seguenti modi:

Coscienza – in neurologia, è lo stato di vigilanza della mente contrapposta al coma.

Lo stato di coscienza si riferisce al livello di coscienza presentato dalla persona in una determinata condizione.

Caratteristiche

Dal punto di vista neurologico la coscienza è caratterizzata da due componenti: la vigilanza e la consapevolezza.

La vigilanza: è caratterizzata da uno stato di veglia che non necessariamente è associata alla consapevolezza di ciò che accade nel mondo che ci circonda.

La consapevolezza: consiste nella consapevolezza del mondo che ci circonda e, nella condizione più evoluta, del proprio essere.

Lo stato di coscienza è stabilito dal buon funzionamento delle due componenti. Quando si ha vigilanza senza consapevolezza la persona appare con gli occhi aperti, un normale ciclo sonno-veglia senza segni di contatto con l’ambiente. Questa condizione è normalmente conosciuta come stato vegetativo.

Nel caso del coma oltre alla consapevolezza manca la vigilanza per cui la persona ha gli occhi chiusi e ha difficoltà a fornire risposte anche riflesse (es. reazioni allo stimolo doloroso).

Lo stato di coscienza può avere un’ampia gamma livelli che non sono classificati in modo univoco. Alcuni esempi possono corrispondere allo stato di veglia, di coma, di meditazione, di sonno, di dormiveglia, di alterazione di coscienza. La misurazione, tentata nell’ambito delle neuroscienze, è però legata a parametri soggettivi; non è quindi attualmente possibile procedere con analisi o classificazioni scientificamente attendibili.

Alcuni autori (Damasio) parlano di coscienza nucleare per definire quella condizione alla base di comportamenti automatici come, ad esempio, nel sonnambulismo, quando una persona può effettuare una serie di azioni anche complesse senza una specifica consapevolezza e ricordo. Un livello più alto è la coscienza classica che prevede un’interazione più o meno appropriata con l’ambiente. Il livello massimo di coscienza è rappresentato dalla “Coscienza di Sé” o autocoscienza che prevede la gestione complessa di sé stessi nell’ambiente sociale con elaborazioni complesse di pensiero e di strategie d’azione.

 

 

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Coscienza – in psicologia, è lo stato o l’atto di essere consci, contrapposta all’inconscio: esperienzasoggettiva di eventi o di sensazioni.

 

La coscienza (Nella formulazione freudiana, in tedesco Bewusstsein) è una qualità della mente che di solito include altre qualità quali ad esempio la soggettività, la autoconsapevolezza, la conoscenzao ambiente circostante.

Nel linguaggio comune, si intende per coscienza la consapevolezza dell’ambiente circostante e la facoltà di interagire con esso; ciò in contrasto all’inconsapevolezza. L’espressione ‘livelli di coscienza’ indica che la coscienza pare variare a seconda dei diversi stati mentali (come per esempio l’immaginazione e i sogni a occhi aperti. L’incoscienza si definisce, per negazione, come lo stato mentale nel quale la coscienza è assente. In alcuni filoni di pensiero, soprattutto religiosi, la coscienza non si estingue dopo la morte ed è presente anche prima della nascita.

Ma, appena oltre la percezione comune, la coscienza è ben difficile da definire o individuare. Molte tradizioni culturali e religiose situano la coscienza in un’anima separata dal corpo. Per contro, molti scienziati e filosofi considerano la coscienza qualcosa di inseparabile dalle funzioni neurali del cervello.

Le domande sull’origine e la definizione della coscienza sono alla base di importanti questioni etiche. Ad esempio: in che senso è possibile dire che alcuni animali sono coscienti? In quale momento dello sviluppo fetale inizia la coscienza? È possibile immaginare macchine coscienti? Domande tanto più centrali in quanto coinvolgono direttamente il nostro modo di rapportarci agli altri, siano essi animali, embrioni umani o, magari in futuro, macchine intelligenti.

 

 

 

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Coscienza – in psichiatria, come funzione psichica capace di intendere, definire e separare l’io dal mondo esterno.

La coscienza è, in campo psichiatrico, una funzione psichica che comprende un elemento riflessivo, che è la consapevolezza del proprio essere e della propria realtà psichica, e uno integrativo, per cui le varie realtà psichiche (desideri, pensieri, idee, sentimenti, ecc.), di cui l’individuo è conscio in un dato momento, sono vissuti e avvertiti come un tutto organico alla base dell’unità dell’individuo stesso, separate dal mondo esterno e che si evolvono nel tempo. La coscienza è uno stato di vigilanza, la capacità di percepire gli stimoli sensoriali e di portare avanti e controllare i processi del pensiero.
In psicologia, è lo stato o l’atto di essere consci. In ambito etico, con la parola coscienza intende la capacità di distinguere il bene e il male, per comportarsi di conseguenza.

Caratteristiche

La coscienza è la cognizione di  e dell’ambiente e

la cognizione di  nell’ambiente.

La coscienza è una della funzioni psichiche più complesse perché è alla base del normale funzionamento di tutto lo psichismo: cognizione di  significa identificarsi come singolo Io,

cognizione dell’ambiente significa saper identificare il mondo esterno come esterno all’Io

cognizione di sé nell’ambiente significa identificare sé e ambiente in una continuità di rapporto tra Io, mondo esterno e tempo.

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La coscienza è

l’identificare sé stesso come singolo Io e identificare il mondo esterno

l’identificare sé stesso come singolo Io, separato e diverso dal mondo esterno

in una continuità di rapporto fra Io, mondo esterno e tempo.

 

 

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Orientamento

La coscienza così definita in psichiatria è chiamata orientamento.
L’orientamento è la consapevolezza del proprio rapporto con la realtà esterna, valutata in base ai parametri: persone, spazio e tempo attuale.
Quando si valuta il tempo trascorso si valuta la memoria.

Un soggetto ben orientato secondo i parametri di spazio e tempo sa riconoscere:

la propria identità

identifica le persone del suo ambiente

sa dove si trova

sa l’anno, la stagione, il mese e il giorno

sa se è mattina, pomeriggio o sera.

 

 

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La coscienza presenta un aspetto quantitativo

 

stato di coscienza, la base anatomica dello stato di coscienza è la struttura cerebrale, ossia il sistema nervoso centrale e periferico, la formazione reticolaree le strutture mesencefaliche che devono essere collegate e funzionare normalmente per permettere all’Io di funzionare in uno stato di coscienza normale. Per esempio il sonno è una modificazione quantitativa dello stato di coscienza che si osserva giornalmente quando si passa dallo stato di veglia allo stato di sonno, attraverso varie fasi, sonnolenza, stato ipnagogico e così via. Per studiare questa modificazione della coscienza si osservano due caratteristiche che sono:

grado, la messa a fuoco, l’intensità dello stato di coscienza che poi utilizza tutte le altre funzioni psichiche e in particolare l’attenzione, che va a centrare lo stato di coscienza su quella particolare situazione che si sta vivendo in quel determinato momento ed è caratterizzata da una

lucidità centrale, un nucleo di coscienza in cui tutto è particolarmente messo a fuoco e un

alone periferico, di contorno che è una parte automatica;

campo di coscienza, è il contenuto che si sta vivendo in quel momento, in rapporto con la realtà; per esempio leggere e capire queste frasi, adesso, fa centrare lo stato di coscienza a seguire questo discorso, e si chiama campo di coscienza mentre il grado di coscienza mette a fuoco utilizzando la memoria, l’attenzione, l’intelligenza per riuscire a seguire il discorso in generale.

un aspetto qualitativo è

coscienza dell’Io

unità, l’Io è uno e sempre identico a sé stesso sia nel rapporto con sé stesso, sia nel rapporto con il mondo esterno. Una persona normale non può vivere in modo contemporaneo due situazioni di qualità di coscienza

identità dell’Io significa che l’Io è sempre uguale a sé stesso nei vari momenti, non ha delle modifiche, ossia la persona evolve e matura da un punto di vista psichico, acquisisce elementi nuovi dal mondo esterno ma non cambia

 

 

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Patologia

Nel paziente psicotico la separazione fra Io e mondo esterno, che è la normale base dello stato di coscienza, si presenta alterata e si presenta uno stato di discontinuità del rapporto di realtà; nel paziente psicotico in un dato momento tutto quello che riguarda le rappresentazioni mentali del mondo esterno e del mondo interno non sono più su due binari in rapporto uno con l’altro ma su due piani diversi; questo modo di pensare scisso su due piani diversi prende il nome di schizofrenia, dal greco schizo che significa diviso e fren che significa mente.
Il paziente schizofrenico ha un suo mondo diverso dal mondo reale e ciò è alla base della formazione delirante e di tutta la patologia del paziente schizofrenico.
Il paziente schizofrenico vive contemporaneamente due situazioni di qualità di coscienza perché vive uno sdoppiamento di personalità ossia una dissociazione della personalità per cui possono coesistere due momenti di rapporto con il mondo esterno contemporaneamente.
Il cambiamento dell’identità dell’Io della persona è un elemento patologico che significa soprattutto alterazione del rapporto di realtà cioè della continuità del rapporto con la realtà, che è alla base del processo psicotico.

 

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Disturbi della coscienza

 

stato di coscienza stato confusionale, è un disturbo quantitativo che riguarda una diminuzione del controllo, diminuzione dell’attenzione, della comprensione, dell’orientamento. Lo stato confusionale si accompagna ad altre alterazioni di altre funzioni psichiche, soprattutto dell’ideazione e si notano quattro gradi quantitativi di alterazione dello stato di coscienza:

 

ipnoide, è quella che si verifica nel torpore, nel dormiveglia, quando c’è una discontinuità della globalità delle funzioni, due momenti in cui l’attenzione perde la sua capacità di essere focalizzata; è quello che si verifica normalmente nella fase di addormentamento e che ha come corrispettivo clinico per esempio il trauma cranico o nelle fasi di intontimento per una modificazione metabolica glicidica come si ha all’inizio del coma iperglicemico.

 

crepuscolare, è il restringimento del campo di coscienza, una modifica quantitativa dell’alone di contorno, limitato ad una determinata situazione; si ha per esempio in certe sindromi organiche come l’epilessia temporale o nell’isteria.

 

onirico, è una destrutturazione più profonda dello stato di coscienza che si verifica nelle fasi confusionali psicotiche ed è una alterazione qualitativa; oltre ad un abbassamento dello stato di coscienza e ad un restringimento del campo, si vedono anche dei falsamenti di riconoscimento o di continuità del rapporto di realtà e cominciano le alterazioni dell’ideazione, la continuità dei nessi logici si fa sempre più labile e compaiono delle alterazioni dell’ideazione di tipo psicotico

 

oniroide, è una modifica di qualità completa che si verifica nelle situazioni di confusione psicotica, quando il rapporto col mondo esterno è del tutto alterato e allora si verifica una sopraffazione dell’elemento delirante, una difficoltà di contatto fra l’Io patologico e il mondo esterno. L’alterazione ipnoide e crepuscolare si trovano nelle sindromi tossiche di tipo organico

stato di coscienza dell’Io

stato di depersonalizzazione, è una alterazione qualitativa ed è la perdita di quella continuità, identità, unità dell’Io, c’è la sensazione di estraneità del mondo esterno, il non riconoscimento della continuità del rapporto con il mondo esterno, un automatismo di pensiero che viene descritto come se fosse un’altra persona che ragiona, la sensazione dell’Io di non essere unico e in continuità di rapporto con il mondo esterno. Ci sono tre momenti di depersonalizzazione che riguardano l’Io e lo schema corporeo:

 

autopsichica, il paziente dice: Mi sento strano, come un automa, non mi sento più Io

somatopsichica, viene descritta come una sensazione di estraneità del corpo dall’Io: Il corpo non mi appartiene, è come se fosse di un altro, non sento le sensazioni. Oppure le sensazioni vengono sentite in un modo diverso, ossia si ha un disturbo percettivo della sensazione cenestesica, il paziente schizofrenico dice: Mi sento come se l’acqua scorresse sotto la mia pelle oppure Sento il mio corpo diventare enorme, raggiunge il soffitto, non riesco più a stare dentro la stanza, il mio braccio si allunga e riesce a toccare gli angoli della stanza.

allopsichica, quando è il mondo esterno che si deforma e il paziente dice: Vedo che le case si allungano, che non sono più raggiungibili oppure non riesco più a toccare gli oggetti perché scompaiono oppure Ciò che mi circonda mi sembra strano, irreale, non vero.

 

 

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Sindromi di depersonalizzazione

Le alterazioni dello stato di coscienza dell’Io si verificano nella sindromi di depersonalizzazione e possono essere di natura:

organica: è una alterazione globale della personalità che avviene rapidamente e in concomitanza con le alterazioni di quantità nello stato confusionale delle psicosi acute;

affettiva: è una alterazione che avviene in modo graduale, con sensazioni di estraneità e automatismo che si vede nelle situazioni isteriche ma non evolve in schizofrenia; processuale: è la continuità evolutiva della disgregazione della personalità.

 

 

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Sindromi confusionali

L’80% delle sindromi confusionali sono di origine organica. Le sindromi confusionali possono essere:

1°rie, quando non derivano da alterazioni di un’altra funzione, psicosi acuta, dovuta a trauma cranico, infezioni, vasculopatie cerebrali, alterazioni metaboliche come la disidratazione, disturbi disendocrini, anestetici. L’alterazione è dovuta ad una alterazione della sostanza reticolare a causa tossica. Queste psicosi hanno tutti gli elementi caratteristici dei disturbi di coscienza ma solitamente sono reversibili al cessare della causa tossica che le ha prodotte.

2°rie, quando sono legate all’alterazione di un’altra funzione psichica, psicogene, ossia derivate da elementi interni. La più importante è la fase acuta della schizofrenia, che si verifica all’esordio. La schizofrenia esordisce in modo

acuto, nel giro di poche ore si ha una destrutturazione massiccia della personalità a causa di un evento scatenante

lento, subdolo, che avviene nel giro di diversi anni, durante i quali si inseriscono nella destrutturazione della personalità tutti quegli elementi qualificanti come il delirio, la riduzione degli interessi e altri sintomi psicotici.

crepuscolo isterico è una risposta emotiva con riduzione dello stato di coscienza, con restrizione del campo di coscienza, una limitazione di funzionamento della globalità dell’Io a causa di una situazione emotiva impegnativa, è una situazione nevrotica

perplessità schizoide più che una sindrome confusionale, è una alterazione massiccia dello stato di coscienza, con difficoltà di continuità di rapporto con il monodo esterno. Perplessità spiega che l’individuo è disattento, non segue il discorso, sembra che pensi ad altro a causa di una alterazione profonda della personalità.

 

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Filosofia

La coscienza morale è trattata da Nietzsche come il più sublime stratagemma che la morale dei “deboli” (cioè la forma che la morale assume da Socrate in poi, attraverso il giudaismo, il Cristianesimo, il razionalismo etico, fino a Kant ed Hegel) assume per controllare l’azione degli individui come forma di controllo.

La coscienza è tema fondamentale nelle filosofie novecentesche. In particolare, ha un ruolo essenziale nella fenomenologia, che si definisce come “studio della coscienza nella sua intenzionalità”. In essa, la coscienza è priva di connotazione morale diretta e diventa concetto puramente gnoseologico. La coscienza e la conoscenza diventano quindi strettamente imparentate, anche sulla scia della rivoluzione psicoanalitica. Diversa è la posizione di Levinas, che nella sua filosofia dell'”altrimenti che essere” subordina (sebbene questo termine sia improprio) la coscienza (ossia il pensiero logico), parte intrinseca dell’essere nella sua dialettica del detto, alla responsabilità-per-altri, ossia a quella dimensione “etica” che va al di là dell’essenza, che in quanto tale non è parte del regno della logica, e che è quindi pre-coscienziale (pre-originale o an-archica); in Levinas quindi, non vi è sostanziale differenza tra parola e pensiero logico formulato. Levinas tuttavia recupera la nozione di coscienza per riferirvi l’atteggiamento riparatore della giustizia.

 

 

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Concezione greca

La coscienza è un concetto filosofico difficilmente assimilabile alle filosofie greche, che si riferiscono perlopiù all’anima. Possiamo trovare un’analogia con il moderno concetto di coscienza nella parentela tra noesis e noema, in cui la noesis è il processo cognitivo e il noema è il dato cognitivo acquisito.

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La scolastica

Movimento filosofico nato nel sec. XI. Il termine scolastica è generalmente usato come sinonimo di filosofia medievale, in quanto l’ambito di elaborazione e diffusione del pensiero filosofico del Medioevo era costituito dalle scuole monastiche e cattedrali e, successivamente, dalle università. “ognuno ha una propria coscienza morale per cui agisce al meglio o purtroppo in alcuni casi in peggio…” in fase di scrittura

 

 

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Kant

Kant fu uno dei più importanti esponenti dell’illuminismo tedesco, e anticipatore – nella fase finale della sua speculazione – degli elementi fondanti della filosofia idealistica.

Ad avviso di molti, uno dei principali meriti della dottrina kantiana è di aver superato la metafisica dogmatica operando una rivoluzione filosofica tramite una critica della ragione che determina le condizioni e i limiti delle capacità conoscitive dell’uomo nell’ambito teoretico, pratico ed estetico.

Per Kant la coscienza “morale” è un tema centrale: celebre è la sentenza «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me». La coscienza dunque è la “voce” che la legge morale (ossia l’imperativo categorico) assume nelle esistenze umane.

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Religione-Chiesa Cattolica

Il Concilio Vaticano II ne parla in questi termini: Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore  La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria .

Il Catechismo della Chiesa Cattolica sviluppa il tema sviluppando l’insegnamento della scolastica secondo cui la coscienza è un giudizio della ragione che presiede alle scelte morali:

La coscienza morale le ingiunge (alla persona), al momento opportuno, di compiere il bene e di evitare il male. Essa giudica anche le scelte concrete, approvando quelle che sono buone, denunciando quelle cattive.

La coscienza morale è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto.

Ribadisce l’obbligo per la persona di seguire la voce della sua coscienza.

Una condizione essenziale perché ciò avvenga è quella “di essere sufficientemente presente a sé stesso al fine di sentire e seguire la voce della propria coscienza” (n. 1779): una “ricerca di interiorità quanto mai necessaria“.

La coscienza è una facoltà della persona, e il Catechismo aggiunge che “la dignità della persona umana implica ed esige la rettitudine della coscienza morale“.

“La coscienza permette di assumere la responsabilità degli atti compiuti”.

La sezione si chiude richiamando al rispetto della coscienza altrui:

L’uomo ha il diritto di agire in coscienza e libertà, per prendere personalmente le decisioni morali. L’uomo non deve essere costretto “ad agire contro la sua coscienza. Ma non si deve neppure impedirgli di operare in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso” .

La sezione seguente richiama la necessità di educare e formare la coscienza. I criteri di questa formazione vengono dalla Parola di Dio, che il credente cerca di assimilare nella fede e nella preghiera, per arrivare a metterla in pratica.

Un’altra sezione affronta la possibilità che la coscienza indichi un comportamento erroneo, e presenta alcuni criteri fondamentali che possono aiutare a discernere la retta voce della coscienza:

Non è mai consentito fare il male perché ne derivi un bene.

La “regola d’oro”: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro » (Matteo 7,12).

La carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza (nn. 1786-1789)

L’ultima sezione presenta i casi in cui la coscienza può essere erronea, e l’origine di questa situazione. In alcuni casi c’è una colpevolezza, “quando l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (cit. di Gaudium et Spes 16; n. 1792).

 

All’origine delle deviazioni del giudizio nella condotta morale possono esserci la non conoscenza di Cristo e del suo Vangelo, i cattivi esempi dati dagli altri, la schiavitù delle passioni, la pretesa di una malintesa autonomia della coscienza, il rifiuto dell’autorità della Chiesa e del suo insegnamento, la mancanza di conversione e di carità (n. 1793). In questi casi la Chiesa cattolica parla di “ignoranza vincibile”.

 

Ci sono anche casi di “ignoranza invincibile”, quando “il giudizio erroneo è senza responsabilità da parte del soggetto morale“. In tal caso “il male commesso dalla persona non può esserle imputato. Nondimeno resta un male, una privazione, un disordine. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori” (n. 1793).

 

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Induismo

Presso l’Induismo, un concetto molto vicino a quello di coscienza prende il nome di Antarayami, il maestro o guru interiore, che guida dall’interno l’aspirante spirituale, manifestandosi come intuizione che fa compiere l’azione giusta.

 

 

 

Coscienza – in filosofia

 

proverbi-vecchio-saggioCoscienza – in filosofia, acquista un valore teoretico in quegli autori che intendono la coscienza come interiorità e fanno del ritorno alla coscienza del raccoglimento in sé stessi, lo strumento privilegiato per cogliere verità fondamentali, altrimenti inaccessibili. Nel corso della storia della filosofia ha assunto significati particolari e specifici distinguendosi dal termine generico di consapevolezza, attività con la quale il soggetto entra in possesso di un sapere.

Coscienza e consapevolezza

In vero il termine ha assunto nel corso della storia della filosofia significati particolari e specifici distinguendosi dal vocabolo generico di consapevolezza al quale viene talvolta assimilato. In questo senso il filosofo statunitense John Searle accomuna la coscienza alla consapevolezza di sé:  La coscienza consiste in una serie di stati e processi soggettivi. Essi sono stati di consapevolezza di sé, interiori, qualitativi e individuali. La coscienza è allora quella cosa che comincia ad apparire al mattino, quando dallo stato di sogno e di sonno passiamo allo stato di veglia e permane per tutta la durata del giorno fino a sera, quando, tornando a dormire, diventiamo incoscienti. Questo è per me il significato del termine “coscienza”. Il termine coscienza è dunque riportato alla terminologia psicoanalitica che la intende come condizione di attenzione conscia contrapposta alla situazione inconscia del sonno.

 

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Coscienza e autocoscienza

Un’ulteriore distinzione occorre fare tra il concetto di coscienza e quello di autocoscienza nel senso che quest’ultima appare al termine di un processo sempre più complesso rispetto alla prima iniziale presa di coscienza nella quale sappiamo confusamente che siamo ma non ancora chi siamo.

La psicologia ha ormai accertato che solo nel secondo anno di vita il bambino entra nella fase della autocoscienza riferendosi a sé come “io”: è questo il primo contenuto di identità, quello di esprimere la componente riflessiva che il soggetto sviluppa su di sé e di cui la grammatica è espressione e codificazione

All’inizio del processo il bambino invece è cosciente del mondo esterno ma parla di sé in terza persona poiché non è ancora in grado di identificare la sua soggettività pensante con l’oggettività del suo stesso corpo: quell’oggetto che è il più vicino a lui e da cui proviene un flusso continuo di sensazioni. Quando sarà in grado di identificare le sensazioni e percezioni di sé con il proprio corpo avrà acquisito quella forma di coscienza superiore che è l’autocoscienza.

 

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Autoconsapevolezza

Insieme ad autocoscienza si usa il termine di autoconsapevolezza intesa come l’esplicito riconoscimento della propria esistenza ma non ancora sviluppata come io. La definizione include quindi il concetto della propria esistenza in quanto individuo, in modo separato dalle altre persone, con un proprio pensiero individuale. Può anche includere la comprensione che altre persone siano allo stesso modo autoconsapevoli.

A differenza dell’autoconsapevolezza, l’autocoscienza rappresenta allora un grado più elevato di coscienza di sé ed implica un progresso dell’identità. In un senso epistemologico, essa è la comprensione personale del nucleo della propria identità. L’autocoscienza gioca un ruolo importante nel comportamento.

 

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Coscienza d’essere

Un contributo al problema della coscienza è stato dato da Martin Heidegger, che ha affrontato il problema dell’essere nella metafisica occidentale a partire dai greci fino a Nietzsche, distinguendo essere da essente (la Differenza ontologica).

Sostituendo il concetto di Dasein a quello di soggetto cartesiano, egli riconduce il problema della coscienza a quello del fatto d’essere della coscienza (Essere e tempo, 1927).

Per Heidegger la coscienza d’essere (o coscienza di esistere) non è altro che l’essere della coscienza, cioè l’esserci. Per spiegare questo apparente circolo, Heidegger introduce nel 1929 il legame tra essere e niente nella celebre prolusione Che cos’è Metafisica? . Egli chiama questo “uscire fuori dal niente” dell’essente la trascendenza , ripercorrendo così in modo del tutto originale i passi della teologia cristiana, da cui iniziò i suoi studi. Se, infatti, si sostituisce a Dio il niente, l’evento della creaturalità (esisto perché Dio mi ha creato) diventa un’esser gettati nell’esistenza senza un perché. Da qui la domanda fondamentale, che riprende da Leibniz, sul perché ci sia qualcosa invece che niente, che conclude la prolusione del ’29

 

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Coscienza come introspezione

Nell’ambito della coscienza la filosofia ha inteso ricondurvi non solo i dati sensoriali ma anche la complessa interiorità rappresentata dai sentimenti, le emozioni, i desideri, i prodotti del pensiero, come pure il senso di identità personale.

Il processo dell’analisi della propria interiorità prende il nome di introspezione  che può talora confondersi con la riflessione impropriamente intesa come sinonimo.

Nello stoicismo e nel neoplatonismo il riferirsi alla coscienza voleva significare rapportarsi alla voce interiore, a quel “dialogo dell’anima con se stessa” che già caratterizzava l’ultima produzione delle opere dialogiche platoniche dove la forma letteraria e filosofica del dialogo con un interlocutore svaniva sostituita da quella del monologo. Il saggio del periodo post-classico della filosofia greca è allora proprio colui che allontanandosi dalle cose mondane e dalle passioni riflette su sé stesso.

Sarà Sant’Agostino nelle Confessioni a riprendere questo modello di analisi della personale interiorità (de se ipso) e lo trasmetterà a gran parte del pensiero cristiano seguente.

È infatti soprattutto con il Cristianesimo, a cominciare da San Paolo, che il concetto di coscienza viene assimilato a quello di morale come ben dimostra il linguaggio comune quando parla di “voce della coscienza” che suggerirebbe come comportarsi, quali principi certi siano dentro di noi che ci guiderebbero sulla retta via dalla quale deviamo per la nostra debolezza umana innata. Non a caso la precettistica cristiana prescrive l’uso devoto dell'”esame di coscienza” come metodo per rintracciare i propri errori morali.

La coscienza infatti nel pensiero religioso è concepita come sorgente di Verità, di quei principi certi che sono alla base di ogni retto volere: riferendosi alla propria coscienza si saprebbe senza alcun dubbio come giustamente comportarsi e anche se l’azione concreta è poi difforme o contraria a quanto indicato dalla coscienza questo sarebbe dovuto alla nostra imperfezione umana.

Anche nella Critica della ragion pratica kantiana la morale è intesa come voce della coscienza, della nostra interiorità, che afferma il valore assoluto della legge morale talora traviata dalle nostre inclinazioni sensibili.

Secondo Kant, riprendendo le concezioni di Jean-Jacques Rousseau, è questa un’esperienza morale che accomuna tutti gli uomini indipendentemente dalle loro differenti condizioni intellettuali e culturali.

Le affermazioni kantiane erano in contrasto con la morale relativista rinascimentale che già con Michel de Montaigne nei Saggi (1580) aveva chiarito come in realtà i cosiddetti principi morali certi che variano secondo i diversi ambienti di provenienza vengano inculcati nella mente infantile che, raggiunta l’età adulta, si dimentica della loro origine e crede che quei valori siano innati e presenti da sempre nella loro coscienza.

Dal pensiero di Montaigne si sviluppò una polemica che vede in prima fila John Locke contro i neoplatonici della scuola di Cambridge (George Herbert di Cherbury, Ralph Cudworth, Henry More) che sostenevano l’innatismo dei principi morali.

 

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Coscienza e conoscenza

Dal XVII secolo con Cartesio il termine coscienza acquista il significato di «consapevolezza soggettiva» di sé, una coscienza diretta di noi stessi tale da essere indubitabile mentre tutti i contenuti mentali di cui siamo coscienti sono soltanto idee.

Questa concezione cartesiana si ritrova in tutto l’empirismo inglese sino a David Hume che approda al solipsismo poiché egli sostiene che il pensiero può spingersi sino ai limiti dell’univeso ma rimanendo sempre nell’ambito essenziale della coscienza e conoscendo solo «impressioni» sensibili o «idee» della ragione senza nessuna certezza cognitiva.

Contro questa interpretazione reagì Immanuel Kant nella Critica della ragion pura dove distinse una coscienza empirica, basata sulla singola sensibilità individuale e tale da appartenere solo a noi stessi singolarmente, e una coscienza in generale o «appercezione trascendentale» che si esprime nell’«Io penso», un’attività di pensiero che appartiene a tutti gli uomini, ma a nessuno di essi in particolare, strutturalmente identica in tutti come attività formale del conoscere che si realizza attraverso il giudizio sintetico a priori attraverso le diverse categorie

Io penso kantiano si trasformerà nell’Io assoluto di Fichte e del primo Schelling: mentre l’io empirico individuale si trova ad essere sempre limitato dal non-io, gli oggetti, nell’attività teoretica e pratica, l’Io assoluto, principio di tutta la realtà, contrapponendosi al non-Io, in un’attività originaria di autocoscienza, autoproduzione (autoconoscenza) e autocreazione è al di sopra della coscienza e solo la filosofia idealistica offrirà il mezzo per attingerlo.

Hegel nella Fenomenologia dello spirito tratterà della coscienza intendendola come lo spirito dell’uomo che ancora non è giunto al sapere assoluto per cui si pone in un contrasto irrisolto con la natura e con la società.

La coscienza quindi è tutta tesa alla conoscenza del mondo esterno mentre con l’autocoscienza l’uomo diverrà consapevole della sua razionalità come connessa alla realtà che egli stesso interpreta e costituisce.

Il percorso storico dello spirito verso l’autocoscienza sarà segnato da tappe di lotta tra le diverse autocoscienze che si ritengono ostili e diverse  e dalla nascita storica delle organizzazioni sociali.

 

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Coscienza come intenzionalità

L’intenzionalità, originalmente un concetto della filosofia scolastica, fu reintrodotta nella filosofia contemporanea dal filosofo e psicologo Franz Brentano nella sua opera Psychologie vom Empirischen Standpunkte (Psicologia dal punto di vista empirico).

Con l’intenzionalità della coscienza o della mente si intende l’idea che la coscienza sia sempre diretta ad un oggetto, che abbia sempre un contenuto.

Brentano definì l’intenzionalità come la caratteristica principale dei fenomeni psichici (o mentali), tramite cui essi possono essere distinti dai fenomeni fisici. Ogni fenomeno mentale, ogni atto psicologico ha un contenuto, è diretto a qualche cosa (l’oggetto intenzionale). Ogni credere, desiderare ecc. ha un oggetto: il creduto, il desiderato.

L’intendimento della coscienza come coscienza di qualcosa si ritrova nel XX secolo nella filosofia di Husserl e in alcuni autori dell’esistenzialismo come Jean Paul Sartre, Karl Jaspers.

Il necessario riferimento della coscienza nei confronti di un oggetto è chiamato da Husserl, nell’opera Idee per una fenomenologia pura, «intenzionalità» e questo significato è penetrato nella ricerca contemporanea, sia nella filosofia continentale che nella filosofia analitica.

Per Sartre la coscienza è “essere per sé”, intendendo come essa si costruisca liberamente nel tempo, nel futuro, distinguendosi e opponendosi alle cose che sono invece “essere in sé”  Tra l’essere delle cose e la coscienza c’è un’opposizione tale per cui la coscienza può definirsi come “non-essere” poiché essa si costruisce proprio opponendosi all’essere delle cose: la coscienza quindi dà vita al non-essere o come dice Sartre «l’essere per cui il nulla viene al mondo» per cui ogni esperienza è caratterizzata dall’azione negatrice della coscienza.

Nell’intelligenza artificiale e nelle scienze cognitive il concetto di intenzionalità è un tema controverso considerandola come qualcosa che ad esempio una macchina non potrebbe mai davvero possedere.

 

 

proverbi-vecchio-saggioAutocoscienza – è la riflessione del pensiero su se stesso.

 

L’autocoscienza nella filosofia occidentale

Nell’ambito della storia della filosofia occidentale si rileva come l’autocoscienza sia stata il fondamento della riflessione di numerosi pensatori, i quali hanno espresso l’importanza di approdare a se stessi prima di iniziare l’indagine delle verità assolute: l’autocoscienza cioè come presupposto della conoscenza, sintetizzato dal motto delfico conosci te stesso, il quale «ha assunto una posizione di esortazione morale di carattere strettamente filosofico soprattutto con Socrate – il cui messaggio ruota per intero intorno a questo perno teoretico – e nell’ambito della cultura occidentale ha poi avuto una Wirkungsgeschichte, ossia una “storia di effetti” di straordinaria portata».

L’autocoscienza è stata quindi considerata (in maniera esplicita almeno a partire dalla riflessione stoica e neoplatonica) la prima e unica forma di sapere certo e assoluto, essendo interiore e non acquisito dall’esterno, col quale preservare la filosofia stessa dalle derive del relativismo e dello scetticismo, tanto da essere anche utilizzata come strumento di intellezione dell’idea di Dio.

Essa era inoltre ciò che contraddistingueva propriamente la filosofia da ogni altra disciplina, essendo indagine rivolta su di sé e non sul mondo esterno, che critica e mette in discussione principalmente se stessa.

 

 

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Nell’antica Grecia

Gran parte delle riflessioni sull’autocoscienza presero spunto dalle filosofie elaborate nell’antica Grecia, in particolare da Socrate, Platone e Aristotele, sui quali ci si soffermerà al fine di introdurre l’argomento. Centrale risulterà in proposito il problema sulla natura della conoscenza, se questa sia da ricondurre ad un atto interiore e immediato del pensiero (che coinvolga per l’appunto la libertà e la coscienza di sé), o se invece risulti da un meccanismo automatico di fenomeni che interagiscano tra loro, come sulla scia di Democrito sostenevano gli atomisti, e poi gli empiristi dell’età moderna.

 

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Socrate

Mentre l’indagine dei filosofi presocratici era incentrata sulla natura, e riguardava forme di pensiero impersonale (l’intelletto di Anassagora, il numero di Pitagora, l’essere di Parmenide), con Socrate per la prima volta il pensiero si sofferma sull’autocoscienza, ovvero sulla riflessione dell’anima umana su di sé, intesa come io individuale. Socrate era convinto di non sapere, ma proprio per questo egli si accorse di essere il più sapiente di tutti. A differenza degli altri, infatti, pur essendo ignorante come loro, Socrate era dotato di autocoscienza, perché “sapeva” di non sapere, cioè era consapevole di quanto fosse vana e limitata la propria conoscenza della realtà. Per Socrate tutto il sapere è vano se non è ricondotto alla coscienza critica del proprio “io”, che è un “sapere del sapere”. L’autocoscienza è quindi per lui il fondamento e la condizione suprema di ogni sapienza. «Conosci te stesso» sarà il motto delfico che egli fece proprio, a voler dire: solo la conoscenza di sé e dei propri limiti rende l’uomo sapiente, oltre a indicargli la via della virtù e il presupposto morale della felicità. Per Socrate infatti una vita inconsapevole è indegna di essere vissuta.

Una tale autocoscienza tuttavia non è insegnabile né trasmissibile a parole, poiché non è il prodotto di una tecnica: ognuno deve trovarla da sé. Il maestro può solo aiutare i discepoli a farla nascere in loro, all’incirca come l’ostetrica aiuta la madre a partorire il bambino: non lo partorisce lei stessa. Questo metodo socratico era noto come maieutica; e l’oggetto a cui mirava era da lui chiamato dáimōn, ovvero il demone interiore, lo spirito guida che alberga in ogni persona.

Con Socrate vennero posti in tal modo i capisaldi di tutta la filosofia successiva, basata sul presupposto che la vera conoscenza non deriva dai sensi, ma nasce dall’uso consapevole della ragione.

 

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Platone

Platone, suo allievo, affrontò esplicitamente il problema dell’autocoscienza oltre che nel Filebo e nella Repubblica, soprattutto nel Carmide, dove per bocca di Socrate egli prova ad analizzare questa forma peculiare di conoscenza che sembra non avere un oggetto ben definito se non il conoscere in se stesso. In polemica con le teorie atomiste della conoscenza, emerge come in Platone l’autocoscienza sia un fenomeno strettamente legato alla reminiscenza delle Idee, cioè di quei fondamenti eterni della sapienza che sono già presenti nella mente umana, ma sono stati dimenticati all’atto della nascita: conoscere significa dunque ricordare, cioè diventare coscienti di questo sapere interiore che giace a livello inconscio dentro la nostra anima, ed è perciò innato. Gli organi di senso, per Platone, hanno solo la funzione di risvegliare in noi l’autocoscienza sopita, ma questa non dipende dagli oggetti della realtà sensibile, ed è perciò qualcosa di assoluto (da ab + solutus, ovvero etimologicamente “sciolto da“, indipendente). Nel diventare coscienti delle Idee, ci si accorge così della relatività e caducità del mondo terreno, nonché dell’impossibilità di fondare una conoscenza certa sulla base di dati acquisiti unicamente dall’esperienza, prescindendo cioè dalla libera autocoscienza del pensiero.

 

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Aristotele

L’autocoscienza è implicitamente presente anche nella riflessione di Aristotele, che parla del «pensiero di pensiero» non solo come vertice ma anche come presupposto della conoscenza, intesa come scienza degli universali: questa è opera dell’intelletto attivo, mentre i sensi possono dare solo una conoscenza limitata e parziale. Si tratta di un processo che avviene per gradi: in una prima fase l’intelletto è passivo e si limita a recepire gli aspetti contingenti e transitori della realtà, ma poi interviene quello attivo che supera criticamente tali particolarità riuscendo a coglierne l’essenza, portando a compimento il processo di consapevolezza facendolo passare dalla potenza all’atto. E l’atto puro, che è Dio, sarà infine autocoscienza pura, cioè «pensiero di pensiero», un pensiero che in maniera simile all’Intelletto ordinatore di Anassagora pensa perennemente sé stesso, e rappresenta la realizzazione compiuta di ogni ente in divenire pur restando immobile. Scopo della filosofia si colloca per Aristotele proprio nella contemplazione fine a se stessa, ovvero nel raggiungimento di quella capacità di autocoscienza che differenzia l’uomo dagli altri animali.

 

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Stoicismo e neoplatonismo

Il tema dell’autocoscienza lo si ritrova nello stoicismo, il quale usa il termine oikeiosis per indicare quella conoscenza di sé, che tramite la synaesthesis (ovvero la percezione interna) consente lo sviluppo del proprio essere in conformità col Lògos universale.

Emerge quindi nel sistema filosofico dei neoplatonici e in particolare di Plotino, il quale ne fece la seconda ipostasi del processo di emanazione dall’Uno. Egli adopera il termine Nous già utilizzato da Anassagora e Aristotele per indicare appunto l’attività autocosciente del Pensiero. Con Plotino torna anche la polemica contro le teorie atomiste della conoscenza, essendo l’Autocoscienza per lui il fondamento supremo e immediato del sapere, superiore alla conoscenza di tipo mediato propria della razionalità discorsiva (e superiore alla conoscenza sensibile): qualcosa cioè di non componibile. Essa è la diretta espressione dell’Uno, il quale traboccando esce fuori da sé, in uno stato di estasi contemplativa, producendo la propria autocoscienza. Il Nous o Intelletto è appunto questa autocoscienza dell’Uno, che si sdoppia così in un soggetto contemplante e un oggetto contemplato, i quali formano una realtà sola, perché il soggetto pensante è identico all’oggetto pensato: si tratta dell’identità immediata di Essere e Pensiero di cui aveva parlato Parmenide, situata al di là dell’opera mediatrice della ragione, e quindi raggiungibile solo tramite intuizione.

L’uomo è l’unica creatura vivente in grado di riviverla, prendendo coscienza di sé: si tratta di un sapere non acquisito né comunicabile oggettivamente, perché non può essere ridotto a una semplice nozione, ossia a un semplice “pensato”: esso è la coscienza che l’Io ha di sé come soggetto “pensante”, la consapevolezza del pensiero come “atto” e non come fatto misurabile o quantificabile. Plotino la paragonò alla luce che si rende visibile nel far vedere. Poiché tuttavia ogni riflessività è ancora un raddoppio, da questa forma di auto-intuizione occorre risalire più in alto fino all’Uno assoluto, che è l’origine suprema e ineffabile dell’autocoscienza. Nel risalire alla propria origine, il pensiero non può possederla, perché pensarla significherebbe sdoppiarla in un soggetto pensante e un oggetto pensato (e quindi non sarebbe più Uno, ma due). La fonte della coscienza rimane quindi non consapevole. Ad essa tuttavia ci si può avvicinare per gradi tramite il metodo della teologia negativa, secondo un procedimento per certi versi simile a quello usato dalle filosofie orientali, eliminando progressivamente ogni contenuto dalla coscienza. Per approdare all’autocoscienza e da questa all’Uno, occorre diventare consapevoli non di cosa siamo, ma di cosa non siamo; prendendo coscienza delle false illusioni in cui identificavamo il nostro “io”, la verità potrà finalmente sgorgare da sé, senza sforzo. Più che costruire dunque la propria autocoscienza, un tale metodo consiste piuttosto nel rimuovere gli ostacoli che sono di impedimento al suo fluire naturale.

Una volta che il pensiero sarà privato di ogni contenuto, esso stesso si fermerà, poiché non può esistere un pensiero senza contenuto, e quindi uscendo da sé si avrà l’estasi, quando la propria individualità si identifichi con quella di Dio. Vivere una tale esperienza è dato a pochissimi, a causa della situazione paradossale per cui, come dice Plotino, «per superare sé stessi occorre sprofondare in sé stessi

 

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L’autocoscienza nel pensiero cristiano

L’autocoscienza divenne quindi un tema di rilievo nell’ambito della riflessione cristiana, essendo vista come la manifestazione più diretta e immediata di Dio, che secondo il cristianesimo alberga nell’interiorità di ogni essere umano. Diventare coscienti di sé significava dunque diventare coscienti della voce divina.

 

Agostino

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Agostino, rifacendosi a Plotino, avvertì fortemente il richiamo dell’interiorità: Gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e non pensano a se stessi.  Egli mise in risalto come Dio, in quanto non è oggetto ma Soggetto, sia presente nell’interiorità del nostro io più di noi stessi, e rappresenti per il nostro pensiero la condizione del suo costituirsi e la sua meta naturale. Nel risalire a Lui, occorre però attraversare la fase del dubbio, che è un momento essenziale e indicativo del disvelarsi della verità. Nel dubbio si è portati a non credere a niente, e tuttavia non si può dubitare del dubbio stesso, ossia del fatto che sto dubitando. La coscienza del mio dubbio è garanzia sicura di verità, perché è un sapere innato, che presuppone qualcosa di superiore come sua causa. Il dubbio consapevole permette così di riconoscere le false illusioni che sbarravano l’accesso alla verità, dopodiché l’anima non può propriamente possedere Dio, ma piuttosto ne verrà posseduta. Questa autocoscienza, che si produce in un lampo di intuizione, è essenzialmente un dono di Dio.

 

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Dopo Agostino l’autocoscienza venne identificata, sulla base dello schema neoplatonico delle tre ipostasi, con la seconda Persona della Trinità: il Verbo, eterna Parola di Dio, il Figlio Unigenito attraverso cui il Padre conosce e rivela se stesso. L’autocoscienza rimase quindi, in forme più o meno velate, al centro degli interessi filosofici e teologici dei pensatori cristiani, ad esempio di Scoto Eriugena: Se c’è qualcosa che può sapere di non sapere, questa non può ignorare di esistere; se infatti non esistesse non saprebbe di non sapere. Il che equivale a dire che esiste ciò che sa di esistere, oppure chi sa di non sapere di esistere. O di Anselmo d’Aosta, per il quale il pensiero di sé è un’immagine fatta a somiglianza della mente che la produce.

Per Tommaso d’Aquino l’autocoscienza è il vertice delle capacità intellettive, che rende possibile anche il concetto di persona: essa pertanto è attribuibile non solo all’uomo, ma prima di tutto a Dio, che pensando se stesso conosce pure tutta la realtà in un medesimo atto. L’autocoscienza umana, sebbene diversa da quella divina, rimane sempre connessa per Tommaso alla questione ontologica di un Essere da porre a fondamento della propria intima essenza, e alla cui implicita presenza si deve la possibilità di ogni forma di conoscenza. Anche in Alberto Magno, San Bonaventura, e nel Quattrocento Nicola Cusano, l’autocoscienza sarà vista sempre come l’unione immediata e di essere e pensiero, fondamento non solo della conoscenza in atto di sé, ma anche di ogni affermazione filosofica sull’anima e su Dio: «infatti la verità è conosciuta dall’intelletto dopo che esso riflette e ritorna sul proprio atto cognitivo, […] che a sua volta non può essere conosciuto se prima non si conosce la natura del principio attivo che è l’intelletto stesso». Se cioè l’intelletto fosse incapace di pensare se stesso, non potrebbe neppure prendere coscienza della verità, né coscienza di poterla mai raggiungere.

Persino nel sensismo naturalista dei pensatori rinascimentali, l’autocoscienza verrà posta a fondamento dei nuovi sistemi filosofici. Telesio ne parlerà come di un «sentire di sentire», mentre in Tommaso Campanella l’autocoscienza è vista come intimamente legata all’essere stesso della realtà. L’autocoscienza è per lui una caratteristica fondamentale di tutti gli enti, a partire da quelli più inferiori fino all’uomo, in cui giunge a maturare pienamente, e senza la quale un individuo sarebbe simile a una pietra. Essa consiste in un’originaria e innata conoscenza che ogni anima ha di sé: egli la chiama sensus innatus, o notitia indita, a indicare una visione intuitiva e immediata che viene però offuscata dalle conoscenze esterne sul mondo (le notitiae additae), diventando notitia abdita. Scopo della filosofia è recuperare questa originaria coscienza di sé, sulla quale è possibile costruire le basi del nostro sapere, sconfiggendo il dubbio scettico. Riprendendo Agostino, Campanella osserva questo: anche chi afferma di non sapere nulla, ha però coscienza di sé come di persona che non sa. E quindi conosce cosa sia il sapere e la verità, perché altrimenti non sarebbe neppure consapevole di ignorarli. Campanella fonda su quest’autocoscienza una metafisica dell’assoluto, mirante a recuperare il concetto di partecipazione a Dio di tutti gli esseri, in cui si rispecchiano le tre primalità divine di Potenza, Sapienza, Amore, reciprocamente intrecciati al punto da fargli dire che il «conoscere è essere

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Gli sviluppi della filosofia moderna

Si può affermare che fino al Seicento il principio dell’autocoscienza, inteso come condizione fondamentale che sola può dare coerenza e organicità al pensiero, senza la quale si avrebbe caduta nell’irrazionalismo, si basava sul presupposto che il proprio pensare deve necessariamente provenire da un essere che lo rende possibile.

Con Cartesio avvenne invece una svolta: con lui sarà l’essere a venir sottomesso alla coscienza: Cartesio infatti porrà l’autocoscienza al di sopra della realtà ontologica al fine di oggettivarla. Mentre nella filosofia classica l’autocoscienza era l’atto mai concluso (né esprimibile a parole) con cui il soggetto rifletteva su di sé, Cartesio ritenne di poterlo oggettivare nella celebre espressione Cogito ergo sum. Il Cogito per lui non è più l’atto “pensante” originario da cui nasce il filosofare, ma diventa un “pensato”. L’evidenza del Cogito offre, secondo Cartesio, un metodo sicuro e infallibile di indagine razionale, tramite il quale poter distinguere il vero dal falso. La verità cioè risulta sottomessa a tale metodo: esiste solo ciò che è evidente.

In seguito però Spinoza ristabilì il primato dell’Essere, facendo dell’autocoscienza un «modo» della sostanza e riportandola al livello dell’intuizione. Deus sive Natura è la formula che riassume l’esatta corrispondenza di “io” come soggetto ed “io” come oggetto: è l’unione immediata di Dio e Natura, essere e pensiero, superiore al metodo razionale e scientifico.

Anche Leibniz concepì l’autocoscienza come la intendeva la filosofia classica: a differenza di Cartesio secondo cui esiste solo ciò di cui ho coscienza (e quindi se non ne ho coscienza non esiste), per Leibniz esistono anche pensieri di cui non si ha coscienza. Egli le chiama “percezioni”, e si trovano a un livello inconscio della mente. Ma nel momento in cui diventano coscienti si ha l'”appercezione”, che è appunto l’autocoscienza, ossia il percepire di percepire. L’autocoscienza più alta appartiene alla monade suprema che è Dio, il quale riassume in sé le coscienze di tutte le altre monadi. Leibniz criticò anche l’empirismo inglese, secondo il quale le idee della mente erano come oggetti plasmati direttamente dall’esperienza, per cui (in maniera simile a quanto affermava Cartesio) esiste solo ciò di cui ho un’idea chiara e oggettiva. Leibniz fu invece un sostenitore dell’innatismo platonico della conoscenza: l’autocoscienza è un atto fuori dal tempo, e non un fatto o una semplice nozione.

 

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Kant e l’idealismo tedesco

Con Kant l’autocoscienza diventa appercezione trascendentale o io penso: egli la pose al livello supremo della conoscenza critica. Per Kant l’intelletto non si limita a recepire i dati dell’esperienza, ma li elabora attivamente, sintetizzando il molteplice in unità (l’io). Se non ci fosse questa appercezione di me, cioè che io resto sempre identico a me stesso nel rappresentarmi il molteplice, dentro di me non ci sarebbe pensiero di nulla. Questa unità, o io penso, è “trascendentale”, cioè funzionale al molteplice, nel senso che si attiva solo quando riceve dati da elaborare. Non può essere ridotta pertanto ad un mero “dato”; l’unico modo per pensarla è dire: «io penso che io penso che io penso…» all’infinito. Questo perché l’io penso non è una semplice conoscenza empirico-fattuale della realtà interiore dell’individuo, ma è la condizione formale di ogni conoscenza, il contenitore della coscienza, non un contenuto.

L’autocoscienza, o Io puro-trascendentale, sarà quindi il fondamento dell’idealismo tedesco di Fichte e Schelling: l’Io per Fichte diventa attività non solo ordinatrice dell’esperienza (com’era in Kant) ma anche creatrice; è un’attività autoponentesi all’infinito: è un conoscere e al tempo stesso un produrre perennemente la propria autocoscienza. Essa costituisce il punto di partenza non solo del pensiero ma della stessa realtà, poiché questa non si può concepire al di fuori dei principi del pensiero. È un contenitore che crea da sé anche il proprio contenuto, giacché non esiste oggetto se non per un soggetto, e a sua volta il soggetto è tale solo in rapporto a un oggetto. Prendere coscienza di ciò vuol dire riappropriarsi di sé, accorgersi che il non-io è in realtà un mio prodotto, che l’io non riconosceva ancora come tale perché frutto di una produzione inconscia. Ma questo supremo “sapere del sapere” è afferrabile solo al di là dell’opera mediatrice della ragione, tramite intuizione intellettuale (un concetto simile per certi versi al Noùs di Plotino). Ciò significa che il pensiero filosofico, che della ragione si serve, si limita solo a ricostruire le condizioni di possibilità della coscienza e della realtà, non le produce esso stesso: se così fosse, il pensiero filosofico sarebbe creatore, poiché coinciderebbe con l’atto creativo dell’Io. L’autocoscienza invece è un atto intuitivo, non razionale, nel ricercare l’origine del quale il pensiero deve necessariamente naufragare nell’Uno assoluto, negando sé stesso (teologia negativa).
Anche per Schelling l’autocoscienza è l’intuizione intellettuale che l’io ha di sé, e senza il quale l’idealismo filosofico stesso risulterebbe incomprensibile. Essa consente di cogliere l’Assoluto inteso come unione immediata di essere e pensiero, Spirito e Natura. Quest’ultima in particolare è vista da Schelling in un’ottica finalistica, come un’intelligenza potenziale che si evolve dai gradi inferiori verso quelli superiori, fino a diventare piena autocoscienza nell’uomo, il quale rappresenta il vertice in cui la natura prende finalmente coscienza di sé. Il processo inverso dall’autocoscienza alla natura si attua invece nell’idealismo trascendentale.

 

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Da Hegel a Marx

Con Schelling si ha l’ultima formulazione dell’autocoscienza quale era concepita dalla filosofia classica. Con Hegel infatti essa non è più l’atto originario e immediato situato al di sopra del pensiero oggettivo, ma sarà invece il risultato di una mediazione razionale, di un processo tramite il quale la coscienza arriva dialetticamente a farsi autocoscienza; quest’ultima finisce così per coincidere col pensiero filosofico stesso. Ma con Hegel l’autocoscienza acquista soprattutto un valore sociale e politico, venendo appunto raggiunta, secondo Hegel, non più al livello immediato dell’intuizione, ma tramite il rapportarsi dialettico della nostra singola esistenza con quella degli altri. Il riconoscimento delle altre autocoscienze avviene attraverso la lotta, ossia il confronto, per cui alcuni individui arrivano a sfidare la morte per potersi affermare su quelli che hanno paura e finiscono per subordinarsi ai primi. È questo il rapporto di signoria-servitù.

L’autocoscienza viene così identificata in un sistema oggettivo, diventando infine Ragione, Spirito assoluto che concilia e rende reciprocamente trasparenti soggetto e oggetto. Dalla filosofia di Hegel, Marx riprenderà l’idea che l’autocoscienza abbia un valore esclusivamente sociale e politico. Egli la identificò con la coscienza di classe, che è per lui la coscienza del vero essere (materiale) degli individui. Ad essa si arriva tramite la lotta, cioè la contrapposizione dialettica tra classi, che fa nascere nel proletariato la coscienza della propria condizione materiale e dei rapporti economici di produzione. L’autocoscienza pura di tipo divino e intuitivo, su cui si basava la filosofia classica e che aveva un valore universale e trascendente la storia, è per Marx una falsa coscienza che ottunderebbe le menti, offuscando la vera e oggettiva coscienza sociale che l’uomo ha di sé come individuo storico.

 

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Nel Novecento

Nel Novecento il concetto di autocoscienza è stato ripreso dal neoidealismo, e poi dall’esistenzialismo.

In quest’ultimo ambito è stato approfondito da Heidegger per analizzare la dimensione dell’essere umano: egli contrappose la situazione di vita inautentica a quella autentica dell’angoscia, in cui l’uomo ha la rivelazione di sé e dell’Essere.

Anche Jaspers, rifacendosi alle parole di Aristotele («l’anima è, in certo qual modo, tutto), ha sottolineato l’esigenza di recuperare quella coscienza del reciproco rapportarsi soggetto/oggetto da cui si è posta fuori la scienza, che presume di poter prescindere dalla soggettività:

 

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L’autocoscienza nella filosofia orientale

Nelle filosofie orientali, quali soprattutto il buddismo, l’autocoscienza è stata analizzata nella sua portata pratica più che teorica, essendo vista come un processo che si realizza attraverso la meditazione, e con cui raggiungere il nirvana. L’analisi dei propri processi mentali conduce prima di tutto all’osservazione degli oggetti fuori di sé; successivamente ci si sposta verso una coscienza dei pensieri, e alla fine si giunge alla consapevolezza di chi pensa.

Nell’autocoscienza è possibile scoprire così la vera natura dell’Io (o del Sé), e coglierne la differenza con l’ego. Mentre l’ego è una caratterizzazione illusoria nella quale siamo erroneamente portati a identificare il nostro essere, il Sé è un principio spirituale situato al di sopra di ogni possibile contenuto della mente: presso gli induisti è chiamato Atman e coincide con l’anima universale del mondo (Brahman).  La meditazione autocosciente permette di capire che l’ego non è un nocciolo statico e invariabile, ma è soggetto a continui mutamenti, essendo il prodotto di un flusso di pensieri.

L’Io supremo invece non può coincidere con nessun oggetto, né con nessun tipo di pensiero, perché queste sono realtà soggette al divenire; il Sé quindi non può diventare oggetto di pensiero. Presso i mistici orientali si usa paragonare l’autocoscienza ad una spada che non può fendere se stessa, o a un occhio che non può vedere se stesso; ma nel vedere ciò che è al di fuori di lui, esso può prendere coscienza di sé attraverso ciò che non è, per via negativa, secondo un processo di progressiva esclusione molto simile a quello utilizzato in Occidente dai filosofi neoplatonici. L’autocoscienza quindi non è qualcosa che si costruisce, ma risulta semmai dalla de-costruzione dei propri automatismi mentali, riappropriandosi del loro contenuto di energia investita all’esterno sotto forma di proiezioni.

 

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L’autocoscienza in psicoanalisi

L’autocoscienza è stata utilizzata anche dal pensiero psicologico e psicoanalitico per analizzare il modo in cui il soggetto si rapporta a sé stesso e agli altri. In essa consiste in gran parte il metodo di guarigione dai contenuti conflittuali inconsci della mente, usato dalle scuole freudiane, junghiane, e adleriane. Particolare importanza viene data ad un atteggiamento di osservazione e attenzione al proprio stato emotivo interiore, che sia privo però di senso critico, al fine di evitare filtri mentali che interferiscano col libero fluire dell’autocoscienza

 

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La formazione dell’autocoscienza

In particolare, secondo gli psicoanalisti di scuola junghiana  l’autocoscienza è una condizione latente che si risveglia nel bambino a seguito dei primi attriti col mondo esterno.

All’inizio della vita tutto è Uno per il neonato: egli vive in simbiosi totale con ciò che lo circonda, senza sentimenti di separazione. Questa originaria forma di autocoscienza gli fa confusamente comprendere che egli è, ma non gli consente ancora di capire “chi” è.

Con la ripetizione di piccole frustrazioni, come il biberon che non arriva subito o la mancanza di risposta al suo pianto, il neonato finirà per prendere sempre più coscienza della propria individualità come separata da quella degli altri. Ecco quindi che proprio la separazione col mondo esterno gli permette di dare un contenuto alla propria autocoscienza: egli può capire “chi” è in rapporto a ciò che egli non è, solo dopo aver perduto la consapevolezza dell’unione col tutto.

Sarà questa tensione tra sé e l’universo ad alimentare la vita psicologica dell’individuo e a porre le basi del suo rapporto con gli altri anche nell’età adulta. Una tale tensione rappresenta il respiro fondamentale dell’essere, perché non ci sarebbe vita soggettiva, vale a dire cosciente di sé, senza questo “prender forma” dal caos originario.

Via via che il bambino cresce l’autocoscienza si stabilizza insieme all’impressione della sua continuità nel tempo. L’Io in un certo senso “si cristallizza”, passando attraverso il cosiddetto stadio dello specchio descritto dallo psicoanalista Jacques Lacan, nel quale il bambino prova un piacere narcisistico nel riconoscere la propria immagine riflessa nello specchio. È così che nasce il complesso dell’io, che rappresenta il modo in cui noi ci conosciamo, e la cui emozione centrale è costituita da questa impressione di identità e durata nel tempo.

Un complesso dell’Io troppo forte potrebbe finire tuttavia per ostacolare l’adattamento al mondo circostante. Accanto allo sviluppo della propria autonomia, infatti, permane al contempo il bisogno di restare uniti a ciò che ci circonda. Il paradosso del processo di individuazione, come è stato chiamato da Jung, si basa sul fatto che l’io non potrebbe svilupparsi senza gli altri, cioè senza l’amore. Per tutta la vita la nostra individualità ha bisogno degli altri per affermare le differenze e sposarne le somiglianze. Si tratta di un equilibrio costantemente in bilico tra fusione e separazione. Un tale paradosso si risolve solo quando, nell’età adulta, l’io riesca ad entrare in rapporto con il livello più profondo dell’essere, cioè con il sé: allora egli supera la divisione tra sé e gli altri, ed è al contempo più originalmente se stesso e in comunione col mondo. Si tratta del mistero dell’identità, coglibile attraverso un lungo lavoro di introspezione e di esercizio della propria autocoscienza, che consiste nel restare Uno nella differenza.

 

proverbi-vecchio-saggioDal Medioevo al RinascimentoCoscienza di classe – secondo le teorie marxiste della società e della storia, è la consapevolezza che gli appartenenti di una specifica classe sociale hanno di sé come gruppo.

Coscienza di classe, può definirsi, in generale, la consapevolezza di essere inseriti in una determinata classe sociale, tramite l’analisi della posizione sociale acquisita nell’ambito della società osservata. Assieme agli altri membri appartenenti alla classe, l’individuo condivide interessi, talvolta, conflittuali con quelli delle altre classi costituenti la società

 

 

 

 

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Interpretazione marxista

Per coscienza di classe si intende la presa di coscienza da parte del proletariato della propria condizione di classe sociale. È da notare come l’ideologia marxista parli raramente di coscienza di sé da parte della borghesia, proprio perché assegna al proletariato il compito ineluttabile di dover guidare l’umanità e definisce falsa coscienza quella borghese perché legittima false motivazioni sociali.
Il proletario infatti si impoverisce in modo direttamente proporzionale al valore della merce che produce. Dal momento che, secondo l’ideologia marxista, solo dalla presa di coscienza può scaturire la solidarietà tra i proletari e quindi la rivoluzione, si può affermare che la coscienza di classe è propedeutica alla rivoluzione proletaria.

A diffondere la coscienza di classe dev’essere, nell’ortodossia comunista, il Partito attraverso una rete di associazionismo operaio e contadino e soprattutto divulgando la conoscenza delle leggi atte allo sviluppo sociale, per farle comprendere ai proletari.

La debole coscienza di classe contemporanea presente nella società di tipo capitalistico statunitense, è giustificata dalla forte differenziazione sociale, nella diffusione di nuovi strati sociali intermedi, nella uniformizzazione dei consumi e dei modelli culturali.

 

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Cenni storici

Nell’era moderna Hegel (1770)-(1831) si soffermò a lungo su questa tematica, sostenendo che l’appartenenza del soggetto ad una classe non poteva prescindere dalla volontà dell’individuo. Secondo il filosofo idealista, l’atto di identificarsi in una classe non è degradante, poiché consente la realizzazione dell’unità del particolare e dell’universale.
Marx rigettò gran parte del pensiero hegeliano affermando che sono le condizioni materiali, economiche e politiche, a influenzare le idee e la volontà e non viceversa, perciò la coscienza è determinata dalla cosiddetta sovrastruttura, che viene stabilita dai rapporti di lavoro e di produzione. Inoltre, secondo Marx, gli individui formano una classe solamente se costituiscono una organizzazione politica o una associazione diffusa a livello almeno nazionale.

Gramsci scriverà che la coscienza di classe deve forgiare la nuova classe proletaria, abituarla all’esercizio del potere, ordinare le forze storiche in modo che si uniscano e che acquisiscano la capacità di ragionare in prospettiva.

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