IL GIUSTO SBAGLIO

image-5Quando dobbiamo decidere, quando si tratta di compiere una scelta, quando è tempo di entrare in azione, ci troviamo sempre di fronte ad una certa probabilità di andare a fare ciò che è giusto e ad un’altra di andare a fare ciò che è sbagliato.

Che ci piaccia, oppure no, nessuna azione ha la piena sicurezza di successo.
Ma la cosa positiva di uno sbaglio, o di una riuscita, è che è possibile capire,dopo aver reso l’azione reale, se si è fatto uno sbaglio, o meno. Se prima di un’azione abbiamo sempre una percentuale di rischio, dopo un’azione potremmo essere sicuri della natura del risultato, se solo ci fermassimo a valutarlo.
Eppure spesso la valutazione non viene fatta, o c’è ma è volontariamente errata, o arriva ma appare in ritardo.
La maggior parte delle persone è pronta a prendersi il merito dei propri successi, ma non il riconoscimento dei propri sbagli.

Così capita anche che uno sbaglio venga interpretato come un successo.
Se non si è pronti ad ammettere di aver sbagliato.
Se si crede di non poter correggere un errore.
Se non si vuole guardare indietro e comprendere la causa dello sbaglio.

Se si teme che sia troppo tardi.

 

Se si è bloccati dalla paura del pegno da pagare.
Se si è frenati dalla rabbia che rende coscienti che, senza quello sbaglio, tutto sarebbe stato diverso, o migliore, o, per lo meno, meno sbagliato.

E d’un tratto ecco che si preferisce che gli sbagli, ai nostri occhi e giudizio, non esistano più.
Ma è questo il metodo giusto per non fare altri sbagli? O per rendere uno sbaglio meno sbagliato?

Mentre cresciamo ci sentiamo spesso dire che “dobbiamo sbattere noi la testa contro il muro”, che siamo noi a dover sbagliare per capire che abbiamo sbagliato. Veniamo sguinzagliati nel parco delle scelte, dove da piccoli non riusciamo ancora a distinguere uno scivolo da un’altalena. Iniziamo a farci un pò male, a sbattere contro qualche spigolo, a cadere da qualche  gradino. E avvertiamo un pò di dolore, quel po’di dolore sufficiente per fermarci e tornare a casa a medicarci.

E quanto sarebbe più facile, se tutti gli sbagli fossero dolorosi da subito!
Il problema degli sbagli è che spesso non fanno male sul momento.
E’ un pò come se ci rompessimo una gamba ma potessimo tranquillamente continuare a correre, aggravando inconsapevolmente la frattura, fino a quando non sentissimo un dolore fortissimo che improvvisamente non ci consente pù di muoverci, che ci paralizza.

E ci chiediamo quando la gamba si è rotta. Contro cosa abbiamo sbattuto. Perchè non ce ne siamo accorti prima.  A cosa serva avere un senso di colpa, quando ormai la gamba si è rotta.

La verità è che anche il dolore ha il suo senso. Il dolore serve a fermarci. A farci smettere di farsi male.
E’ questa la funzione del dolore. Il dolore c’è per essere guarito, non ignorato. Prima sentiamo la frattura, prima curiamo la gamba, prima comprendiamo la gravità della botta, prima torniamo a correre di nuovo.

Allora anche gli sbagli esistono ed esistono per essere corretti, non per rimanere sempre sbagliati.

Ecco allora che persino il più grande sbaglio può essere aggiustato.
Perché, anche se continueremo a sentire le conseguenze della frattura sanata, anche se non correremo più come prima, possiamo apprendere da quello sbaglio.
La verità è che anche commettere un grande errore può aiutarci a fare poi la cosa giusta.
Per poter tornare indietro e fare nuovi passi avanti. E capire chi siamo veramente.

di Lucrezia Paci

“Io credo che si debba sempre far sapere a una persona che, se fa uno sbaglio, non è la fine del mondo. La fine del mondo sarebbe fare uno sbaglio e nasconderlo. Se uno non è disposto a commettere errori, non saprà mai prendere una decisione giusta. Se però fa sbagli in continuazione, allora sarà meglio che vada a lavorare per la concorrenza.”
Sandy Weill

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