Il taoismo

La dottrina orientale che più affascina gli studiosi occidentali

 

 

 

 

 

 

 

Noi occidentali siamo abituati a pensare al mondo come a un insieme di «cose» separate le une dalle altre, ciascuna delle quali occupa uno spazio e agisce sulle altre attraverso modifiche che intendiamo controllare e misurare.

 

«la grande sapienza tutto abbraccia, la piccola sapienza distingue».

 

Il tao è l’ordine totale, ma non epistemologico, che regola con efficacia l’insieme delle molteplici realtà.

 

la santità taoista consegue dall’adozione della regola della non-azione (wu-wei) e pertanto si distingue da quella confuciana, associata invece alla pratica della carità e della giustizia.

 

è possibile avvicinarsi ad esso pensandolo e praticandolo come principio che regge una logica dei contrari in nome dell’unità.

 

Secondo questa Scuola l’universo si autocrea con un’evoluzione infinita che risale a una energia unica, il ch’i (soffio), che non è né materiale né spirituale e, precedendo qualsiasi sua manifestazione particolare, può essere più o meno rarefatto, cioè può assumere forme più o meno concrete. Il soffio va inteso come un principio vitale unitario, immanente al mondo e permanente al di là dell’intrecciarsi e dello svanire delle cose concrete, il che può essere enunciato anche rilevando che la sua unica realtà costante coincide con il suo continuo passaggio da uno stato all’altro. Tipica espressione della filosofia naturalistica cinese, il soffio si è differenziato in un soffio leggero, lo Yang, che ha fatto il Cielo, dai cinesi ritenuto dinamico, e un altro pesante, lo Yin, che è disceso e ha fatto la Terra, ritenuta solida e stabile.

 

Ai due princìpi dello Yang e dello Yin corrispondono due serie di opposizioni: il primo è il Sì, lo Stesso, il principio di identità e di continuità, così come il secondo è il No, l’Alterità in grado di arrestare l’espansione del movimento.

 

Lo Yin è l’oscurità, il nero, il femminile, il ricettivo, il vuoto, il flessibile, il passivo, il profondo, mentre lo Yang è il luminoso, il pieno, il rigido, il rosso, il maschile, l’elevato (che per un taoista è in rapporto non con il soprannaturale, bensì con il naturale).

 

nel taoismo la vera sapienza coincide con una perfetta aderenza all’ordine naturale, e ciò che noi chiamiamo cultura superiore è considerato semplicemente come una risultanza della corruzione di questa facoltà di aderenza.

 

La dottrina dello Yang e dello Yin riflette, anche da un punto di vista storico, modi di procedere caratteristici di una filosofia naturalistica. Probabilmente desunti, in origine, da osservazioni naturali, e in particolare dalla opposizione tra la parte soleggiata e quella ombrosa delle montagne, tra le vette e le valli, i due princìpi sono stati poi collegati a vari fenomeni stagionali, quindi ai cicli dei calendari e ai riti connessi a tali cicli, fino ad essere eletti a coppia emblematica adatta a classificare tutte le cose.

 

 

«l’Unità che non può valere 1 perché essa è Tutto»: da ciò consegue che «la serie dei numeri comincia dunque col tre». Girardot torna sulla questione decifrando il testo del Tao-te ching e riconosce che il movimento dall’Uno al Tre rientra in una condizione propriamente precosmologica che attiene sempre all’Uno (cioè all’hun-tun, nella sua interpretazione), ma mira piuttosto a dimostrare che «il passaggio dal tre alle diecimila cose rappresenta un momento di rottura, o di caduta, rispetto al tempo della creazione». Entrambe le letture non solo escludono una interpretazione in chiave antropomorfica del passo in questione, bensì accentuano la natura paradossale del caos primordiale, che in effetti si configura come un caos ordinato, ovvero, volendo adottare un ardito neologismo di gusto taoista creato da Joyce, un «caosmo» del tutto coerente con i presupposti della cosmologia cinese in quanto non introduce alcun fattore creatore esterno alla natura e coincide con lo stato di armonia naturale.

 

I pensatori taoisti si propongono di propiziare le condizioni per cui il corpo immortale si costruisce, con una transizione impercettibile, all’interno del corpo mortale, onde l’intera persona si trasforma in un soffio che circola in armonia con il vivificante soffio universale.

 

Ciò che rende il taoismo profondamente diverso dal buddhismo, al di là dei rapporti anche proficui stabilitisi tra le due scuole di pensiero, è precisamente la nozione di immortalità, che per il primo, resistente a ogni distinzione troppo netta tra corpo e psiche, non esige affatto una liberazione dai vincoli materiali. Coerentemente con questo presupposto, e talora senza avere una conoscenza adeguata delle autentiche dottrine buddhiste, i cinesi tendenzialmente ritengono che i soffi (ch’i) si esauriscano con la morte dell’individuo, per poi dissolversi nell’invisibile, e, sebbene in effetti non intacchi il fondamento della posizione buddhista, l’obiezione illustra bene le ragioni della tenace opposizione cinese alla nozione di anima immortale.

 

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