Osho: Rompere le catene

L’uomo nasce senza una definizione: sa di essere, ma non sa chi sia. Entra nel mondo del tutto privo di definizioni, di categorie, di etichette; entra nel mondo in quanto libertà. E il compito di tutta la sua vita è definirsi, conoscere chi sia. L’uomo è il solo animale che pone l’interrogativo: “Chi sono?”. Lui solo può porlo, perché tutti gli altri animali hanno una chiara definizione. Una rosa è una rosa e un cane è un cane; un uomo non è un semplice uomo. L’uomo possiede in sé molto di più, è infinitamente più vasto. La rosa è un fenomeno chiuso, definito, un uomo è sconfinato. La rosa è prevedibile, l’uomo non lo è altrettanto: nessuno può dire cosa sarà. Qualcuno oggi può essere un peccatore e domani può diventare il santo per eccellenza, o viceversa. L’uomo resta qualcosa di aperto, è liquido, fluisce: è più simile a un processo che a una cosa definita. Questa è la sua gloria e la sua miseria, poiché spasima continuamente al fine di conoscere chi egli sia. E ancora e di nuovo inciampa nell’oscurità del suo essere. Il suo essere non è illuminato, da qui la ricerca, l’indagine. È bene comprendere l’essere umano da questo punto di vista, perché è solo da questa comprensione che si può iniziare a operare per raggiungere una definizione, una realizzazione, per conseguire la verità. Quando dico che l’uomo nasce senza una definizione, intendo dire che non nasce fatto e finito. Ciò che affermano gli esistenzialisti è vero: dicono che nell’uomo l’esistenza precede la sua essenza. In un albero prima viene l’essenza, poi l’esistenza. E la stessa cosa vale per qualsiasi altra cosa, prima viene l’essenza: il seme, il programma essenziale, il disegno di fondo. Prima viene l’impronta, poi questo blueprint si sviluppa e diventa esistenza. Per l’uomo non è così. Nell’uomo accade l’esatto opposto. Prima inizia a vivere, senza alcun programma, senza alcun disegno di fondo, senza essere programmato in alcun modo. Inizia semplicemente a vivere come un nulla, come un nessuno. Poi, piano piano, deve creare la propria identità, deve creare se stesso. Deve darsi una forma… da qui l’ansia. Forse ci riuscirà, forse non ci riuscirà: chi può dirlo? L’uomo non ha alcuna garanzia. Un cane ci riesce, è inevitabile: diventerà un cane, in lui non esiste altro. Un pavone non teme di fallire. Una tigre non si deve preoccupare, non occorre che soffra di insonnia: è già ciò che può essere. L’uomo non è ciò che può essere, è solo un inizio, e la fine resta ignota. L’uomo non viene al mondo con un programma, non nasce fatto e finito: nasce in quanto assoluta libertà. Dunque la responsabilità è enorme; se così non fosse, si continuerebbe a mancare la propria anima. Si ha un’immensa responsabilità nei propri confronti: non ci si sentirà mai appagati, si rimarrà sempre vuoti. Se non inizi a scoprire, a creare, a inventare, se non inizi a operare per dare forma al tuo essere, rimarrai una semplice esistenza priva di un’essenza. È ciò che accade a milioni di persone. Quella gente non ha un’anima: certo, esiste, ma la sua esistenza non ha alcun appagamento, alcuna realizzazione, alcuna gioia. Questo è lo stato di angoscia esistenziale, di tensione e infelicità; ciò che il Buddha definisce dukkha, l’infelicità assoluta.

La beatitudine nasce quando si è usciti dall’oscurità, quando si è acquisita una definizione, quando ci si è illuminati: possiedi una fiamma interiore e sai chi sei. Sapendolo, hai trovato la tua casa, altrimenti resti uno straniero, alla perenne ricerca di una casa, senza sentirti mai a casa da nessuna parte. Resti un viandante che non conosce riposo; infatti, puoi riposarti solo quando sei arrivato a casa. Dunque la vita intera è una ricerca della casa: un luogo in cui potersi riposare e rilassare, uno spazio in cui poter essere se stessi, pienamente appagati nel proprio essere. L’esistenza deve diventare essenza, l’esistenza deve produrre essenza. E quando dico che l’uomo deve creare se stesso, voglio dire che è in quel modo che partecipa al divino. Gli animali vivono, non creano; gli alberi vivono, non creano. Anche se qualcosa spunta o nasce da loro, si tratta di un prodotto naturale: nascono i frutti, spuntano i fiori… solo l’uomo crea. E non è qualcosa di necessario: nessuno avrebbe mai potuto prevedere i quadri che Picasso ha dipinto. Un mango produrrà frutti, la stessa certezza non esiste per l’uomo. Nessuno può predire se Picasso dipingerà, diventerà un Buddha o un ballerino… L’uomo è un caos, un caos creativo. Nel suo essere è estremamente nebuloso, non lo puoi definire, non puoi dire chi sia con precisione. E continua a cambiare ogni giorno: è come un fiume. Questa è la sua dignità: è il solo animale in grado di creare, è il solo animale che può partecipare alla creatività di Dio. Ma proprio per questo esiste un problema. Nessuna gloria giunge senza un problema aggiunto. La gloria implica la possibilità di mancare quella realizzazione. Potresti non riuscire a cantare la tua canzone, potresti nonriuscire a danzare la tua danza, potresti fallire.
Ecco perché l’uomo vive perennemente attanagliato dalla paura: paura di fallire, paura di restare un nessuno, paura di restare un nulla, di non realizzarsi, di perdersi in quanto nullità, paura di restare un deserto, una terra desolata. Chi può dirlo? Non esiste alcuna certezza, nell’esistenza dell’uomo non esiste alcuna garanzia. Sono novantanove su cento le possibilità di fallire. Esiste un’unica possibilità di successo, per questo nel cuore dell’uomo permane un tremito costante. Ogni passo è fatto nell’ignoto, senza alcuna garanzia, senza sicurezze. Ogni passo ti porta nell’ignoto: non sai dove ti porterà, a una meta o in un vicolo cieco? Potrebbe portarti solo su un precipizio da cui non esiste via d’uscita. Potresti dover tornare indietro, sprecando così tutti i tuoi sforzi. Nessuno può dirlo. Ci si deve muovere nell’oscurità, senza sapere dove si sta andando. E comunque ci si deve muovere: se non lo fai, anche in quel caso la vita continua a scivolare via. È meglio muoversi che stare fermi; quantomeno, muovendosi, esiste la possibilità di arrivare. Altrimenti non esiste neppure quella… si deve scegliere, è inevitabile. E tutte le alternative sembrano identiche. È come stare fermi a un incrocio: tutte le strade si assomigliano. Potrebbe essere questa, potrebbe essere quella: non esiste la possibilità di stabilire a priori quale sia quella giusta. Si deve cercare, indagare. Il tentativo e l’errore è il solo metodo che l’uomo ha a disposizione: ecco perché molte persone decidono di non scegliere. In quel modo si paralizzano in una vita comoda e conveniente: è meglio sedersi a quell’incrocio e non scegliere, non andare da nessuna parte. Quantomeno, così si può evitare di sbagliare. Ma evitando semplicemente di sbagliare, non si arriva ad alcuna realizzazione. Forse non si fanno errori, ma non si arriva da nessuna parte. Pertanto le persone che hanno il terrore di sbagliare, perdono questa opportunità, questa incredibile opportunità di crescere, di essere. L’uomo deve trovare se stesso, deve chiedere, interrogare: è inevitabile. Chi evita di farlo, lo fa a proprio rischio.“ Chi sono?” È un interrogativo che ci si deve porre e ce lo si deve chiedere in continuazione, fino a quando la risposta affiora dall’essenza più intima del proprio essere. Questo è l’unico interrogativo religioso. E ricorda: l’uomo non è un essere perché non è prefabbricato, non è un essere in quanto è un processo. Dunque, l’uomo è un ponte: dev’essere oltrepassato, si deve crescere al di là di esso; ciò vuol dire che per trovare se stesso deve andare al di là di se stesso. L’uomo sta continuamente cercando di trascendere se stesso, di oltrepassare se stesso. Questo sforzo di superare se stesso è estremamente paradossale, ma l’uomo è un essere paradossale. È un ponte che si deve oltrepassare. Non puoi costruire la tua casa sul ponte, chi lo fa non raggiungerà mai l’altra sponda. Si deve procedere continuamente: in questo avanzare esistono un’infinità di ansie, esistono mille e un problema, rischi infiniti; tuttavia, malgrado tutto, si deve andare avanti. Prima di conoscere la verità, si devono commettere un’infinità di errori. Ecco perché l’uomo deve continuamente staccarsi dal proprio passato. Il passato è il conosciuto, ciò che conosci di te, e il futuro è lo sconosciuto, ciò che di te non conosci, e tu devi continuamente sacrificare ciò che conosci per ciò che non conosci: sacrifica ciò con cui ti sei identificato, il passato per il futuro, il conosciuto per l’ignoto, l’abitudine per l’instabilità. È il solo modo per crescere: se ti identifichi troppo con il passato, la crescita si arresta.
Osho. Rompere le catene

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