Perdersi…poi ritrovarsi

L’incontro di counseling, invece di essere allenamento a “farsi la corazza” ed invito a mortificare ulteriormente le parti più indifese e sensibili ma vitali del Sè, le rianima, le nutre e rivitalizza.

Questi aspetti vitali paiono dapprima chiedere timidamente una legittimazione, un diritto di cittadinanza, poi giustizia e riconoscimento pieno; infine si riappropriano di territori mentali.

Inizialmente vivono in riserve, come parti del Sè straniere ed emarginate dalle vicende storico-oggettuali. Via via la persona scoprirà con sorpresa che esse sono in realtà le parti originarie ed indigene del Sè che si sono sentite a lungo clandestine ed immigrate.

Come ci ha insegnato la storia dei nativi americani, i “selvaggi” non sono sempre crudeli e distruttivi, bensì piuttosto elementi vitali, in contatto ed armonia con la natura ed i bisogni essenziali del nostro essere.

La tua storia e il counseling

Rispetto alla “storia di vita” che il cliente racconta al professionista nell’ambito della relazione d’aiuto, egli ha bisogno una rivelazione, di un cambio di paradigma, di vedere un qualcosa che prima non vedeva, di capire un qualcosa che prima non riusciva a capire.

Se, come affermato da Einstein “i problemi che abbiamo non possono essere risolti con lo stesso livello di pensiero che li ha generati”, è necessario, per uscire dal loop dei comportamenti automatici e dalla strategia del riproporre con più forza, (modalità “di più”) un tentativo di soluzione già rivelatasi inefficace, pensare ad un altro livello, più elevato e cambiare atteggiamento perché è cambiata la mentalità.

 

Dei draghi e dell’eroe

In tutto il mondo, da tempo immemorabile, la cultura, i valori, gli insegnamenti, le religioni sono trasmessi attraverso le storie. Le storie fanno riferimento ai miti, agli archetipi dell’inconscio collettivo e parlano direttamente all’inconscio perché utilizzano il suo stesso linguaggio, quello dei simboli. Una storia ben raccontata, provoca nell’ascoltatore (basta pensare ai bambini) uno stato di trance, in cui razionalmente si recepisce il contenuto del racconto ed inconsciamente se ne assorbe la morale, il messaggio che la storia porta con sé.

 

Ci sono degli elementi imprescindibili che ricorrono nelle storie più avvincenti, siano esse fiabe, film, libri o frammenti della nostra stessa esistenza:

  • Il protagonista
  • Il fine
  • Il problema
  • Il nemico
  • Il piano
  • Il conflitto
  • La rivelazione
  • L’equilibrio

 

Il protagonista corrisponde spesso al mito dell’eroe e nel racconto della nostra vita naturalmente siamo noi stessi. La nostra prospettiva è la sola che definisce la situazione e che genera la regia del racconto.

 

Il fine è ciò che vogliamo raggiungere, il nostro obbiettivo, quello che desideriamo, di cui abbiamo bisogno per realizzarci, per stare bene, condurre un’esistenza soddisfacente ed essere felici.

 

Il problema è ciò che si interpone tra noi ed il nostro fine, che può essere visto come un ostacolo insormontabile, oppure un’occasione per misurarsi, una sfida.

 

Il nemico è l’altro o l’altra parte di noi, chi ci impedisce di superare il problema. Talvolta assume caratteristiche impersonali, è la sfortuna, il destino, oppure qualcuno che condivide il nostro sistema, il capoufficio, il marito, la figlia, oppure è una parte di noi stessi, un nostro limite, la timidezza, l’insicurezza, la bassa autostima, ecc.

 

Il piano è la strategia che noi abbiamo adottato, il nostro comportamento, la nostra risposta, i nostri tentativi di soluzione al problema. Molte volte il piano non funziona, la nostra strategia si rivela inefficace.

 

Il conflitto è lo scontro, il combattimento, il momento in cui mettiamo in campo il nostro coraggio e le nostre risorse per affrontare l’avversario.

 

La rivelazione è il frutto che auspicabilmente nasce dal conflitto. Non necessariamente usciamo vincitori dal conflitto ma, se la storia finisce bene, ne risultiamo cambiati, trasformati. Abbiamo fatto un percorso e siamo arrivati ad assumere una nuova prospettiva, a vedere le cose con altri occhi, a notare qualcosa che prima non vedevamo, perché ora siamo cresciuti, ci siamo evoluti. Magari non abbiamo raggiunto l’obbiettivo iniziale, ma comunque la nostra vita non sarà più la stessa. E’ a questo punto che può risultare decisivo l’intervento del professionista, che ha affiancato e sostenuto il cliente attraverso le varie fasi ed ancora di più lo supporta ora, agevolando il raggiungimento della rivelazione.

 

L’equilibrio è la situazione di consapevolezza ottenuta, il fare tesoro dell’esperienza, le abilità acquisite e la maggiore conoscenza di se stessi saranno le nostre risorse anche per le situazioni che si presenteranno in futuro, abbiamo imparato “ad imparare”.

C’era una volta un re….

“C’era una volta un re

Che disse alla sua dama:

– raccontami una storia! –

Ed ella incominciò.”

Filastrocca popolare

 

Il cliente arriva allo studio del counselor come in quello dell’operatore shiatsu con una storia, la sua storia. Tutte le persone vivono eventi, situazioni, esperienze ma il modo in cui esse le vivono, le interpretano e se le raccontano è assolutamente personale. Sarà certamente successo a tutti di ascoltare, da due persone diverse, la loro versione di un fatto a cui entrambe hanno assistito e di notare come i due racconti possano risultare differenti, tanto da parere riferirsi non allo stesso episodio ma a eventi diversi. Questo perché “la realtà non esiste”, o meglio per ognuno di noi esiste la “propria” realtà, mediata ed interpretata sulla base dei nostri limiti sensoriali, dei nostri schemi mentali, delle nostre credenze, delle nostre emozioni, delle nostre armature caratteriali, ecc.

 

Anche storia che il cliente “racconta” al professionista è frutto di una personale elaborazione della realtà, ed è una storia cristallizzata, che spesso il cliente si è già raccontato centinaia di volte ed in cui è rimasto imprigionato.

 

Non chiamiamola terapia!

Il termine moderno “terapia” si riferisce ai modi ed ai mezzi di cui la medicina si avvale per combattere le malattie. Da questo punto di vista, né l’operatore shiatsu, né il counselor applicano alcuna forma di terapia, in quanto non sono medici, né psicoterapeuti. Se risaliamo però al significato originale della parola “terapia”, vediamo che la parola greca “therapeia” indica il prendersi cura, il servire qualcuno, l’assistere.Therapeia è l’arte di curarsi-di, occuparsi-di, prendersi cura dell’esistenza e della condizione umana di qualcuno, e coadiuvarne lo sviluppo delle risorse, rendendola più soddisfacente ed efficace. Therapeutes è l’assistente, il curatore, colui che si occupa di formare. In Omero, ad esempio, Patroclo viene indicato più volte come il Therapon di Achille, proprio perché suo stretto amico e quasi alter-ego.

 

L’odierno intervento di counseling, così come quello di shiatsu, derivano proprio dalla Therapeia. Potremmo dire che, in entrambi i casi, il professionista si prende cura della persona, promuovendone l’evoluzione, la crescita, l’equilibrio, il benessere. L’obbiettivo della medicina non è il curare, il medico vuole guarire, cioè ri-portare il paziente verso una condizione oggettivamente regolare, per cui la cura è semplicemente il mezzo che egli utilizza a questo scopo. L’obbiettivo della Therapeia, al contrario, non è la somministrazione di un rimedio, né il ri-portare il cliente verso una condizione di “normalità”, ma il sostenere il cliente mentre si cura da sé, mentre si rapporta al mondo ed a se stesso, esprimendo la sua intima natura e il suo personale modo di essere.

Ti vedo

A proposito dell’osservazione, mi pare interessante notare come nella cultura occidentale, al contrario di quella orientale, si sia portati a “guardare” l’altro,   anziché “vederlo”.

 

E’ molto significativa questa differenza linguistica, considerando che il termine “guardare” deriva dal franco “wardon”, cioè “guardarsi, stare in guardia”.

 

Questo implica l’affiancare all’azione di guardare, un atteggiamento difensivo, un sospetto, un timore. Lo sguardo che si rivolge all’altro è filtrato dalle aspettative, dall’interpretazione, dal giudizio.   L’operatore shiatsu, in alternativa al guardare il cliente, tenta di “vederlo” e cioè entrare in contatto con lui, con un’apertura totale che permette l’accettazione incondizionata dell’altro in quanto essere umano, indipendentemente dai suoi comportamenti. Questo sguardo più “morbido”,         libero da pregiudizi e proiezioni, permette di cogliere il reale bisogno dell’altro, il messaggio autentico che arriva dal profondo.

 

Se l’operatore shiatsu si limita a guardare il cliente, egli cercherà quegli elementi che gli permettano, attraverso un procedimento mentale, di avallare o   smentire le ipotesi formulate, mosso da un piano, da una ricerca attiva sul piano intellettuale. Nella lettura del corpo, è invece indispensabile, farsi guidare dal vedere, dall’intuizione, predisporsi con una condizione di apertura       alla ricezione passiva , non filtrata. E’ chiaro che noi stessi siamo dei filtri, predisposti alla ricezione di certe informazioni e non altre, ed alla loro interpretazione, è pur vero però che inconsciamente recepiamo il messaggio nella sua interezza. Quindi quanto più riusciamo ad aprirci alle nostre sensazioni, a quanto arriva dal nostro interno, tanto più riusciamo a vedere l’altro in modo significativo.

“Essere con” nel trattamento shiatsu

Nello shiatsu, l’ammonimento che più spesso l’allievo inesperto si sente indirizzare dal maestro è questo: “NON FARE!”. Durante il trattamento, l’operatore è continuamente sedotto dalla tentazione di voler “fare” e cioè agire per tramite della mente e perdere così il contatto profondo di sincronicità con il ricevente. Questo presuppone un approccio razionale, molto occidentale, per cui egli deve trovare un motivo logico e concreto per ogni strategia di azione adottata. In realtà, lo shiatsuka altro non deve “fare” che entrare in contatto profondo con il proprio cliente, che da solo accederà per il suo tramite alle proprie risorse di autoguarigione.

 

Il trattamento shiatsu mette in luce sia le alterazioni fisiche ed energetiche del ricevente che le sue anomalie nei rapporti di relazione sociale. Chi percepisce il trattamento shiatsu apportatore di benessere ed equilibrio quasi certamente avrà relazioni con l’ambiente gratificanti, chi non tollera il trattamento e percepisce dolore o fastidio avrà rapporti sociali ugualmente difficoltosi e conflittuali. Nello shiatsu, con la relazione attivata per mezzo del tatto, si stabilisce tra le due persone uno scambio, una reciproca comprensione e sensibilizzazione. Attraverso di esso sia il malessere fisico che il disagio emozionale vengono avvertiti in via diretta e questa possibilità di recepire la disfunzione a cui il ricevente è soggetto lo rende cosciente e gli permette di accedere al proprio potere autorisanatore naturale. Risulta da ciò evidente che, al termine del trattamento, non sarà l’operatore shiatsu ad avere “fatto qualcosa”, ma il ricevente stesso, grazie alla relazione profonda con l’energia dell’operaratore, avrà contattato la propria energia che gli avrà fornito l’accesso alle proprie risorse di risanamento fisico, mentale ed emozionale.

Tarocchi: l’energia de Il Matto

Lo sai che in qualunque momento si può verificare un cambiamento di coscienza? Non sai che all’improvviso puoi cambiare la percezione che hai di te stesso?

A volte si crede che agire significhi avere successo rispetto a qualcun altro. Invece no: se vuoi agire nel mondo, devi far esplodere l’identità che ti è stata imposta, appiccicata addosso e che si rifiuta di cambiare!

Devi ampliare i tuoi limiti, all’infinito, senza posa…entra in contatto con te stesso…entra in trance!

Lasciati possedere da uno spirito più forte del tuo, da un’energia universale e impersonale.

Non si tratta di perdere la coscienza, ma di lasciar parlare la follia originale, sacra, che sta dentro di te!

Smetti di essere il testimone di te stesso, di osservarti, sii attore allo stato puro, un’entità in azione: la tua memoria smetterà di registrare i fatti, le parole ed i gesti che hai compiuto.

Fino ad ora hai vissuto sull’isola della ragione, trascurando le altre forze vive, le altre energie…ora il paesaggio di allarga….unisciti all’oceano dell’inconscio.

 

Allora sperimenterai uno stato di supercoscienza in cui non esistono fallimenti nè incidenti.

Non hai una concezione dello spazio, DIVENTI spazio. Non hai una concezione del tempo, SEI il fenomeno che arriva.

In questo stato di presenza estrema, ogni gesto, ogni azione sono perfetti.

Non puoi sbagliarti, non esistono un piano nè un’intenzione.

Esiste soltanto l’azione pura nell’eterno presente…

Il counselor e l’arte del “non fare”

Per il counselor non eccedere nel “fare” comprende il non sostituirsi al cliente, non proporre soluzioni, non dare consigli, non pretendere di risolvere in fretta il problema, non decidere i tempi ed i modi del cambiamento, ma piuttosto avere la forza di stare anche nella “non azione”, nell’osservare e nel pensare, senza farsi prendere dall’ansia del conseguimento del risultato e tollerare anche una situazione di non-soluzione.

E’ evidente che il reperimento di una soluzione non è di competenza del counselor, anzi se egli cedesse all’illusione di sapere cosa è oggettivamente giusto che il suo cliente faccia e gli fornisse una soluzione preconfezionata, non sarebbe certo un professionista efficace.

La soluzione ideale al problema del cliente non può mai essere omologata, standardizzata, ma al contrario deve scaturire da un processo di elaborazione interno molto personale.

Non è tanto significativo il problema in se stesso, ma il modo in cui la persona lo vive, lo affronta. Il percorso di counseling deve servire al cliente per esplorare in se stesso queste sue modalità di fronteggiamento ed interpretazione delle situazioni, in modo da verificarne l’efficacia e l’opportunità, per quindi migliorarle o trovarne di alternative.

L’obbiettivo dell’intervento di counseling diventa quindi non solo risolvere il problema ma, soprattutto, verificare la modalità tipicamente utilizzata dal cliente ed eventualmente cambiarla, anche perché si ha la tendenza a riproporre automaticamente la stessa risposta anche a situazioni diverse, che richiederebbero un approccio differente.

Perchè capita sempre a me???

La nostra funzione percettiva organizza gli elementi di uno stimolo secondo la legge della chiusura, per cui tendiamo a percepire come chiusa, completa anche un’immagine dai contorni non delimitati.

Allo stesso modo una situazione di vita inconclusa polarizza la nostra energia destinata appunto a completarla, rendendo la stessa energia indisponibile per altri scopi.

Il mancato completamento della situazione precedente comporta un ripresentarsi ripetitivo della stessa esperienza, anche in tempi e luoghi diversi e successivi, impedendoci così di entrare genuinamente ed efficacemente in contatto con il qui ed ora.

Quando ci accade di imbatterci sempre nelle medesime dinamiche o relazioni che invariabilmente “vanno a finire allo stesso modo” chiediamoci a quale esperienza originaria stiamo inconsciamente tentando di dare un compimento….

Sei anche tu un ruminante?

In ambito psicologico la “ruminazione” è un termine tecnico che indica un procedimento mentale in cui la persona, non riuscendo ad allontanarsi dai risultati a cui è giunto nell’analisi del suo problema, ripercorre all’infinito le stesse tappe del ragionamento, continuando a cogliere solo determinati aspetti del problema.

La ruminazione mentale si può rappresentare graficamente con un movimento circolare che passa sempre dai medesimi punti rimanendo su un piano orizzontale, mentre l’approfondimento della visione e dell’analisi del problema procede su un piano verticale.

Questo fenomeno è dovuto alla legge psicologica per cui quanto più siamo coinvolti affettivamente nella situazione, tanto meno possiamo disporre della nostra capacità di ragionare lucidamente.

Ascolto attivo: storiella zen

Una storia zen illustra in modo chiaro e divertente come talvolta i comunicanti rimangano talmente fissati ognuno nella propria interpretazione del mondo da fare fallire miseramente la comunicazione:

“Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga con i preti del posto una discussione sul Buddismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.

In un tempio delle regioni settentrionali del Giappone, vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.

Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli, secondo la norma, ad un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. “Vai tu e chiedigli il dialogo muto”, lo ammonì.

Così il giovane ed il forestiero andarono a sedersi nel tempio.

Poco dopo, il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: “ il tuo giovane fratello è un tipo straordinario! Mi ha battuto”.

“Riferiscimi il vostro dialogo!” disse il più anziano.

“Beh, – spiegò il viaggiatore – per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava il Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha ed il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita, per rappresentare Buddha, il suo insegnamento ed i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicchè ha vinto ed io non ho nessun diritto di fermarmi”. E, detto questo, il girovago se ne andò.

“Dov’è quel tale?” domandò il monaco giovane, correndo dal fratello più anziano.

“Ho saputo che hai vinto il dibattito”.

“Io non ho vinto un bel niente! Voglio picchiare quell’individuo!”

“Raccontami la vostra discussione” lo pregò l’anziano.

“Accidenti, non appena mi ha visto, lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui ed ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita, per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita”:

Parla con me

L’atto di ascoltare, a differenza dell’udire, presuppone un’intenzione di accoglienza dell’altro ed una capacità di accostarsi al suo mondo con un interesse reale di incontro e condivisione. Nella nostra cultura l’ascolto non viene insegnato né nell’ambito famigliare né in quello scolastico, ma si dà semplicemente per scontato che sia una capacità che si acquisisce naturalmente. Già Plutarco, nell’Arte di ascoltare denunciava questa mancanza “I più invece, a quanto ci è dato di vedere, sbagliano, perché si esercitano nell’arte di dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso, ci sia bisogno di studio ed esercizio, ma che dall’ascolto, invece, possa trarre profitto anche chi vi si accosta in modo improvvisato”.

Il concetto di Hara

Secondo l’insegnamento giapponese, l’hara si trova nella regione dell’ombellico, e più esattamente un po’ al disotto. Ogni europeo sta in piedi in modo che, se ricevesse uno spintone all’improvviso da dietro, con ogni probabilità cadrebbe, mentre ad un giapponese risulterebbe molto più naturale mantenere l’equilibrio. Questa stabilità deriva dal fatto che per gli orientali il centro di gravità cade nella parte mediana del corpo, nell’hara appunto. Il ventre non è rientrato, ma lasciato libero ed è messo in risalto da una lieve tensione. Le spalle non sono rialzate, ma abbandonate, però il torso è saldo. Questa postura verticale non è dovuta ad un tenersi su forzatamente, ma alla presenza di un asse avente una salda base, tanto da tener dritto il corpo in via naturale. Può essere utile richiamare alla mente le immagini della donna giapponese alla cerimonia del the, della geisha che canta, del samurai, del monaco in meditazione, del lottatore di sumo: siano essi seduti o in piedi, sono quasi i simboli di una “presenza”, una forza raccolta, ma pronta a manifestarsi. E come seggono o stanno, così camminano, ballano, lottano, tirano di scherma: nel fondo sono immobili perché ogni loro movimento è ancorato in un centro da cui traggono sia la forza, che è la sua misura e la sua direzione. Tale centro è l’hara.

Il counselor e l’arte di “rovesciare l’imbuto”

Una delle peculiarità dell’incontro tra counselor e cliente, è l’azione di apertura alla complessità proposta dal professionista.

Il cliente spesso arriva al colloquio con una storia, un PROBLEMA, la cui narrazione (compresa quella che il soggetto fa a se stesso) si è ormai irrigidita in una catena a maglie molto strette di spiegazioni causa-effetto. Egli ha già filtrato, selezionato, interpretato tutta una serie di elementi per cui ciò che ne risulta è una versione ridotta e preconfezionata della situazione.

Andolfi ha spiegato questo movimento attraverso l’immagine dell’imbuto: la molteplicità degli aspetti in gioco passa attraverso lo stretto canale dell’imbuto riducendosi ed impoverendosi sempre più, lasciando al cliente un esiguo margine di azione.

Il counselor deve padroneggiare l’arte di “capovolgere l’imbuto”, raccogliere cioè i contenuti ridotti che il cliente gli offre e aprirli, con un movimento inverso ad imbuto rovesciato, a nuovi collegamenti, relazioni, dinamismi. Ciò permette di liberarsi dalla costrizione della logica lineare causa-effetto e di comprendere gli eventi attraverso un’ottica circolare, in cui la risposta retroagisce sull’informazione iniziale, modificandola.

Sarà così più facile smontare generalizzazioni, rinvigorire idee immobilizzate, abbandonare comportamenti stereotipati ed improduttivi ed accedere a nuove potenzialità e risorse.

La resilienza

La resilienza, in quanto capacità di fronteggiare situazioni di vita difficili, si caratterizza con:

  • la capacità di tener duro, di rimanere se stessi quando l’ambiente ci ostacola e continuare, malgrado i problemi, il nostro percorso umano (cf. il latino resilientia, il fatto di resiliare, di annullare l’effetto di urto, senza spezzarsi)
  • la capacità di rimbalzare, di rilanciarsi (cf. il latino resilire, che comprende l’attitudine ottimista di rimbalzare).

Per comprendere a fondo il concetto, è utile una metafora: visualizziamo l’immagine del calciatore che riceve il pallone, ed effettua lo “stop di petto”. Prima di tutto egli ferma il pallone, trattenendo l’”urto”, poi rilancia il gioco, riacquistando equilibrio e movimento.

“Essere” operatore shiatsu

Per lo shiatsu l’”essere” presuppone un contatto con l’hara, il centro vitale dell’uomo secondo lo zen. Ogniqualvolta lo shiatsuka si appresta ad effettuare un trattamento deve predisporsi per essere presente in “hara”. Anche se hara è un concetto

giapponese, esso ha un significato generale umano. L’hara corrisponde alla condizione in cui l’uomo ha ritrovato il proprio centro e lo attesta con il suo vivere.

 

Ma dove è situato questo centro? Secondo l’insegnamento giapponese, esso si trova nella regione dell’ombellico, e più esattamente un po’ al disotto. Ogni europeo sta in piedi in modo che, se ricevesse uno spintone all’improvviso da dietro, con ogni probabilità cadrebbe, mentre ad un giapponese risulterebbe molto più naturale mantenere l’equilibrio. Questa stabilità deriva dal fatto che per gli orientali il centro di gravità cade nella parte mediana del corpo, nell’hara appunto. Il ventre non è rientrato, ma lasciato libero ed è messo in risalto da una lieve tensione. Le spalle non sono rialzate, ma abbandonate, però il torso è saldo. Questa postura verticale non è dovuta ad un tenersi su forzatamente, ma alla presenza di un asse avente una salda base, tanto da tener dritto il corpo in via naturale. Può essere utile richiamare alla mente le immagini della donna giapponese alla cerimonia del the, della geisha che canta, del samurai, del monaco in meditazione, del lottatore di sumo: siano essi seduti o in piedi, sono quasi i simboli di una “presenza”, una forza raccolta, ma pronta a manifestarsi. E come seggono o stanno, così camminano, ballano, lottano, tirano di scherma: nel fondo sono immobili perché ogni loro movimento è ancorato in un centro da cui traggono sia la forza, che è la sua misura e la sua direzione. Tale centro è l’hara.

“Essere” counselor

L’essere counselor, così come l’essere operatore shiatsu non può prescindere da un “essere” persona, che tramite un percorso interiore di crescita, ha raggiunto una buona dose di conoscenza di sé. “Conosci te stesso” era scritto sul tempio di Apollo a Delfi e l’invito è rimbalzato fino ai giorni nostri.  Il trovare una risposta alla domanda “chi sono io?” continua a costituire la sfida per chi vuol trovare un senso più profondo alla propria esistenza ed allineare il proprio progetto di vita con la spinta vitale che sgorga dalla nostra vera essenza. Ciò che oggi in psicologia viene indicata come “crescita personale”, altro non è che porsi ed affrontare quella domanda, portandosela con sé lungo il percorso della vita, prestando una maggiore consapevolezza alle nostre scelte, comportamenti, relazioni, pensieri.

(WEB)

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