Quando mia madre era assente per giorni, settimane, mesi, negli ospedali, ero completamente sola.

 

Quando mia madre era assente per giorni, settimane, mesi, negli ospedali, ero completamente sola, abbandonata, senza cibo, senza acqua, senza nessuno che si prendesse cura di me.
Chi doveva farlo mi umiliava, tante volte ho avuto la febbre per la fame, svenivo, mi ammalavo, ero talmente affamata che mangiavo le matite, le gomme, qualunque frutto trovato per il campo era una prelibatezza, lo divoravo, alcune volte mangiavo piano, piano per non finire quel poco cibo che avevo nel piatto.
Ero grata anche per quel poco che ricevevo, fosse un pezzo di pane duro come un sasso impenetrabile, quasi torturante per i denti di un bambino, ma un pezzo di pane duro è sempre meglio di niente.

Ancora ricordo i dolori della fame, i crampi allo stomaco, il velo nero che calava lentamente, il freddo nelle ossa, la debolezza e gli svenimenti.
Ricordo ancora quel senso di niente, eppure nonostante la mia povertà non ho mai chiesto niente a nessuno.
Non accettavo il cibo offerto, dicevo, “no grazie, ho mangiato poco fa”, voltavo le spalle e andavo via con lo stomaco brontolante.
Forse questo sembra sconcertante, falso, crudele, penoso.
Invece non era la fame a ferirmi quanto la crudeltà dell’uomo, l’essere umano, che vedendo una bambina in difficoltà la puniva, la disprezzava, la isolava, perché non adatta a se.
Le dita puntate, le facce schifate, il disprezzo.
Facevo vomitare come un topo morto.
Credo che per loro io fossi un’epidemia.
Qualcosa di malvagio.
È vero usavo scarpe rotte,
Portavo i libri in un sacchetto di plastica pieno di buchi, con tanti nodini perché i libri aprivano i fori con gli angoli, quindi finché non trovavo un altro sacchetto dovevo arrangiarmi.
I miei vestiti non erano nuovi e spesso non avevo le mutande, non le avevo! Ero povera, nessuno mi lavava, stirava, o mi pettinava.
Avevo 5 6 anni all’incirca, ma ricordo perfettamente quei visi. Ricordo ancora il disprezzo, il giudizio, quella malvagità faceva molto più male della fame, dei crampi, della febbre.
Sono stata isolata e così sono cresciuta contando su me stessa, bruciandomi per imparare a cucinare con la legna.
Ho imparato a lavare, a cucire, a curare l’orto, a raccogliere i frutti, ho imparato a curarmi le ferite da sola, a riconoscere che non avevo niente ma avevo ancora me stessa.
Potevo essere io la mia salvezza, confidavo solo in Dio, quando stavo male gli parlavo e gli dicevo che lo sentivo, che sapevo che fosse con me.
Ho vissuto tanto nella mia vita ma non mi pento di niente, perché oggi posso guardarmi e ringraziare quella piccola bambina che non ha mollato.
Vorrei avere la sua forza, la sua bontà nel cuore, la sua gentilezza, il suo modo di vedere tutti dall’alto.
Vorrei ritornare in dietro di 20 anni, abbracciare quella bambina, donarle un’abbraccio forte di quelli che ha sempre desiderato, guardarla negli occhi e ringraziarla per la persona che mi ha fatto diventare, ringraziarla per aver inseguito il suo cuore, per essere stata buona, per aver donato se stessa alla sua famiglia, per aver cresciuto i suoi fratelli, per aver lottato per i suoi sogni.
Vorrei ritornare da me e dirmi: lotta, lotta, lotta sempre, combatti per quello che ti rende felice e vai per il mondo coltivando amore, sogni, coraggio, non ti arrendere mai perché la gente continuerà a ferirti, a usarti, a maltrattarti e la vita ti metterà alla prova.
Subirai ancora tanto ma alla fine ne varrà la pena.
Grazie piccola me per avermi resa una persona migliore.
#Lidilianny

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