San Bartolomeo: il Santo venuto dall’Oriente (Lipari – Isole Eolie)

San Bartolomeo: la storia della sua passione narra che Bartolomeo Apostolo subì il martirio in terra d’Asia… .. il sarcofago di piombo, da quel luogo fu traslato ad un’isoletta chiamata Lipari. Ne fu fatta rivelazione ai cristiani perché lo raccogliessero ..

San Bartolomeo: il Santo venuto dall’Oriente

“La storia della sua passione narra che Bartolomeo Apostolo subì il martirio in terra d’Asia. Dopo molti anni dalla sua passione, essendo sopraggiunta una nuova persecuzione contro i Cristiani, e vedendo i pagani che tutto il popolo accorreva al suo sepolcro e a lui offriva preghiere ed incensi, spinti dall’odio portarono via il suo corpo e, postolo in un sarcofago di piombo, lo gettarono in mare dicendo: perché tu non abbia più ad allettare il nostro popolo. Ma con l’intervento della provvidenza di Dio, nel segreto delle sue operazioni, il sarcofago di piombo, sostenuto dalle acque che lo portavano, da quel luogo fu traslato ad un’isoletta chiamata Lipari. Ne fu fatta rivelazione ai cristiani perché lo raccogliessero: raccolto e sepoltolo, su quel corpo edificarono un gran tempio.

In esso è ora invocato e manifesta di giovare a molte genti con le sue virtù e le sue grazie”.

Così, intorno all’anno 580, annotava San Gregorio di Tours nel suo Libri Miraculorum.

C’era dunque a Lipari – già nel sec. VI – una tradizione relativa all’approdo del sacro corpo; c’era un gran tempio elevato in onore del Protettore; e c’era pure un certo movimento di pellegrini forestieri che qui venivano a sperimentare “le virtù” e “le grazie” di quelle spoglie taumaturgiche ma dire che la devozione a S. Bartolomeo e questa forma di primitivo turismo risalissero all’anno 264, come vuole la tradizione locale, sarebbe forse azzardato. Tuttavia rimane un fatto incontestabile che le cose di Lipari stavano proprio così da molto tempo, assai prima che ne facesse menzione l’antico scrittore francese, e ne diamo qui appresso le ragioni. Tra il 200 e il 250 gravò su Roma una crisi che investì tutti i settori della vita economica e amministrativa e gran parte degli antichi valori civili e istituzionali dell’Impero. I popoli delle provincie dimostravano di anelare al proprio totale affrancamento.
In siffatta atmosfera, calda di fermenti politici e sociali, il Cristianesimo fece il suo primo balzo, massiccio e trionfale, all’interno del mondo pagano e, in special modo, in Sicilia e lungo le coste tirreniche della nostra Penisola. A tal punto che l’imperatore Decio indisse, nel 249 una persecuzione in grande stile che imperversò anche sotto il successore Valeriano, e sino al 258. I cristiani, ritenuti responsabili assoluti di così nefasta trasformazione sociale, dovevano essere eliminati senza pietà, incalcolabile il numero delle vittime. S’incominciò allora tra i cristiani ad esaltare il gesto del martirio e la personalità dei Martiri, di coloro, cioè, che col sacrificio della vita avevano saputo testimoniare la loro fedeltà al Cristo.
Ai Martiri si attribuì l’appellativo di “Santo”, si fu convinti che i Santi Martiri alla fine del mondo sarebbero stati solleciti nel risveglio e i primi ad essere ammessi alla visione beatifica senza dover subire l’angosciosa ansia del giudizio di Dio. Ad attenuare le paure apocalittiche della “finis mundi” e del “dies judici” giovò tanto ai cristiani l’aver donato una nuova dimensione alla personalità dei Martiri. L’idea di potersi garantire l’assistenza di un Santo Martire fu di grande consolazione per tutti; il trovarsi accanto a lui nel giorno della resurrezione dei morti avrebbe di certo costituito un salvacondotto per l’eternità.
Di conseguenza ci fu la rincorsa all’accaparramento, nei cimiteri pubblici e privati, dei loculi che fossero contigui alle sepolture dei Martiri. In codeste operazioni si arrivò ad investire fior di quattrini. Ma ne valeva la pena: allo squillare delle angeliche trombe, il Martire si sarebbe levato al cielo trascinando con sé il grappolo dei suoi affezionati devoti. E, giacché non era dato a tutti il comodo e il privilegio di avere un Martire ad uso personale ed esclusivo, si fece strada un’altra credenza: che un Martire solo, purché ufficialmente adottato a Protettore dei cristiani di un determinato territorio, avrebbe esercitato gli stessi poteri salvifici a vantaggio dell’intera collettività.
La comunità cristiana di Lipari fu una delle prime, in Occidente, ad aprirsi al culto dei Martiri, ad esigere un Tutelare tutto per sé e ad assicurarsene la presenza fisica in loco attraverso l’appropriazione delle sue spoglie mortali. I Liparèi non avevano martiri concittadini da onorare e perciò ripiegarono su uno degli Apostoli di Gesù. Un Apostolo era considerato martire in sommo grado e per essere egli stato un testimone diretto delle opere del Maestro e per avere accettato, in nome di Lui, l’estremo olocausto di sé.
La preferenza dei Liparèi non poté non cadere che su S. Bartolomeo che dovette avere esercitato un’attività così eccezionalmente feconda e avventurosa e, inoltre, gli era toccata una morte così disumana e complessa che si finì col non sapere più in quali regioni egli avesse realmente predicato e in che maniera fosse stato martirizzato. Fu decapitato? Fu condannato al rogo? Fu decoriato vivo? Una cosa sola si può affermare: la dedizione di S. Bartolomeo al servizio del suo Signore destò vivissima ammirazione tra i primitivi fedeli. Forse i Liparèi di allora, quasi tutti uomini di mare, subirono il fascino del nome, un nome che in aramaico-siriaco suonava Nathanael Bar-Tholmài, Dono di Dio, figlio di colui che smuove le acque. Non poteva non essere pure Lui dotato dei medesimi poteri di dominio sulle forze cieche della natura. In merito all’acquisizione del sacro corpo è da credere che un equipaggio forestiero in transito cedette ai Liparèi, anche per denaro, un cadavere mummificato che si garantì essere quello del grande Apostolo, o che marinai liparesi, sostando in porti lontani, siano stati invogliati a farne l’acquisto in buona fede.
Come si vede, siamo in presenza di una vicenda troppo lontana nel tempo o troppo oscura perché oggi si possa formulare un sereno giudizio sull’autenticità o meno di quella reliquia. Oltretutto nella seconda metà del III secolo le richieste dei corpi santi diventarono tantissime; emersero allora profittatori pronti a spacciare ossature integre o frammentate attribuite ad Apostoli, ad Evangelisti, o martiri e anacoreti. Il tempo e la labilità della memoria umana fecero il resto, e sul vergine sostrato storico la vivace fantasia del nostro popolo venne via via innestando quelle sovrastrutture miracolistiche (la cassa di pietra galleggiante, la difficoltà di tirarla a secco ecc.). I Liparèi del VI secolo ebbero una brutta sorpresa: alcuni scrittori sostenevano che il sacro corpo riposasse a Dàrae, in Mesopotamia, altri in Frigia. Ma il popolo di Lipari rimase fedelissimo alla memoria dell’antico suo Protettore allora e anche dopo che nell’838 le spoglie di Lui ci vennero sottratte dai Beneventani, e allorché lo sgomento dell’aspettazione della fine del mondo svanì, pare che Gli si facesse intendere che qui c’erano ancora validissime ragioni perché Egli restasse a tutela della città e delle isole, pronto a bloccare la mano punitrice di Dio in occasione dei terremoti, delle carestie e delle pestilenze

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foto by Franco Orsi.

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