Citazioni, frasi e poesie di Torquato Tasso

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Torquato nacque a Sorrento l’11 marzo 1544, ultimo di tre figli di Bernardo Tasso, letterato e cortigiano nato a Venezia, ma di antica nobiltà bergamasca, poi al servizio del principe di Salerno Ferrante Sanseverino del regno di Napoli, compreso nella monarchia spagnola e di Porzia de’ Rossi, nobildonna napoletana di origini pistoiesi da parte paterna e di origine pisana da parte materna. La primogenita Cornelia era venuta alla luce nel 1537.

Di Sorrento e della «dolce terra natìa» il poeta conserverà sempre un magnifico ricordo.

 

Citazioni di Torquato Tasso 

Perduto è tutto il tempo che in amor non si spende.

 

Mai nulla fa chi troppo pensa.

 

Quella della musica è una delle tre vie per le quali l’anima ritorna al Cielo.

 

Amico, hai vinto: io ti perdòn… perdona tu ancora, al corpo no, che nulla pave, a l’alma sì, deh! per lei prega, e dona battesimo a me ch’ogni mia colpa lave.

 

Come scrive Plotino nel libro De triplici animae reditu, tre sono le strade di ritornare al Cielo: l’una per via della bellezza, o dell’amore: la seconda della musica: la terza della Filosofia.
(da Rime, nota al sonetto 282)

 

E avendo la natura prodotto l’uomo e la donna di molto differente temperatura e complessione, si può credere che non siano atti ne’ medesimi uffici: ma l’uomo, come più robusto, ad alcuni è disposto, e la donna, come più delicata, ad alcuni altri, onde nel principio della Politica, contra Platone conchiude Aristotele che la virtù dell’uomo e della femina non siano la medesima; perciò che la virtù dell’uomo sarà la fortezza e la liberalità, e la virtù della donna la pudicizia. E come piacque a Gorgia, così il silenzio è virtù della donna, come l’eloquenza dell’uomo. (da Discorso della virtù feminile e donnesca, 1997, pp. 55-56)

 

È la bellezza un raggio  di chiarissima luce  che non si può ridir quanto riluce né pur quel ch’ella sia.  Chi dipinger desìa  il bel con sue parole e i suoi colori,  se può dipinga il sol.
(da È la bellezza un raggio, nelle Rime)

 

Era fermo Imeneo tra l’erto monte  E ‘l mare, in cui sovente austro risuona, La ‘ve cinge e ncorona Napoli bella l’onorata fronte : Napoli che di gloria e d’or corona  Impose a tanti duci,  Quante serene luci  Ha notte ombrosa, allorché ‘l vel dispiega; 

 

E con amor, che avvolge i cori, e lega  L’anime pellegrine,  Facean ghirlanda al crine,  Ed allori tesseano e sacre palme,  E tessean preziosi i nodi all’alme .
(da Canzone, Nelle nozze del conte di Paleno, citato in Efemeridi letterarie di Roma, 1822)

 

Già discende Imeneo là dove alberga  La virtù col valore  E la gloria e l’onore,  E a gloriosi Eroi tesson corona.| E nulla par che più s’innalzi ed erga  De la gran stirpe loro,  Mentre con l’ale d’oro Vola dal monte al mar ch’alto risuona.
(da Madrigale, Nelle nozze del conte di Paleno, citato in Efemeridi letterarie di Roma, 1822)

 

Non ci è chi meriti nome di creatore, che Dio e il poeta.
(citato in una lettera di monsignor de Nores a Gian Vincenzo Pinelli, 15 marzo 1595; citato ne Le lettere di Torquato Tasso, a cura di Cesare Guasti, Le Monnier, 1854)

 

Penso e ripenso e nel pensar impazzo;  Levati di costì, testa di….
(citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l’ha detto?, Hoepli, 1921, p. 744)

 

Quella della musica è una delle tre vie per le quali l’anima ritorna al Cielo.
(da Esposizioni dell’autore d’alcune sue rime, in Opere, nota al sonetto CXXXVIII)

 

Quivi Napoli bella i regi alberga, Città vittoriosa e trionfale:  Veggio altri tempi ancor, e in altri monti  Quel ch’ora innalza tre sublimi fronti.
(da Il monte Oliveto, 76; in Tutte le Opere, 1997)

 

Solo gli schiavi delle galere si conoscono, tuttavia noi facciamo certamente finta di “non conoscere” gli altri perché essi siano a loro volta costretti a non conoscerci.

 

Citazioni su Torquato Tasso

E lo chiamavano [l’animaletto]: «il tasso della quercia della guercia del Tasso», mentre l’albero era detto: «la quercia del tasso della guercia del Tasso» e lei: «la guercia del Tasso della quercia del tasso»
(Achille Campanile)

 

Il più grande del Mezzogiorno.
(Maurice Barrès)

 

Il Tasso, anima pia e generosa, ma in cui (non so dir come) nulla v’era di popolare. Quindi egli s’infervorò della maestà teocratica dei pontefici e aderì alla nuova cavalleria cortigiana e feudale; quindi pure accettò con zelo e con osservanza scrupolosa l’ ortodossia cattolica, e nella vita intellettuale quanto nella civile, fu dall’ autorità dei metodi e degli esempj signoreggiato. Da ciò prese nudrimento e moto il divino estro suo e uscirono le maraviglie della Gerusalemme
(Terenzio Mamiani)

 

Il Tasso piacerà sempre più alle anime romantiche, mentre l’Ariosto sarà sempre più ammirato dagli spiriti classici.
(Giuseppe Prezzolini)

 

Nel Tasso poi sono tutti i pregi e tutta quanta la luce e magnificenza della poesia classica, e spiccano altresì in lui alcuni attributi speciali del genio italiano in ordine al bello. In perpetuo si ammirerà nella Liberata ciò che l’arte, i precetti, l’erudizione e la scienza possono fare, ajutati e avvivati da una stupenda natura poetica.
(Terenzio Mamiani)

 

«Signore e signori, c’era una volta un critico il quale, affermando con straordinario calore la superiorità della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso sull’Orlando furioso di Lodovico Ariosto, attaccò molte liti con le persone che non la pensavano come lui, e sostenne perciò uno dopo l’altro non meno di quattordici fortunati duelli; ma al quindicesimo, cadde finalmente col petto trapassato dalla lama nemica. Allora i padrini che afflittissimi lo sorreggevano e aspettavano di raccogliere le sue ultime volontà, lo udirono uscire in questa confessione suprema: “E dire che io non ho ancora letto né l’Orlando furioso né la Gerusalemme liberata!…”.»
(Federico De Roberto)

 

Torquato Tasso, lui sì divino, tra audacia e angoscia il supremo cantore dell’eros cattolico.
(Umberto Silva)

 

 

Canto l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co ‘l senno e con la mano,
molto soffrì nel glorioso acquisto;
e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto.
Il ciel gli diè favore, e sotto ai santi
segni ridusse i suoi compagni erranti

 

Così vince Goffredo, ed a lui tanto
avanza ancor de la diurna luce
ch’a la città già liberata, al santo
ostel di Cristo i vincitor conduce.
Né pur deposto il sanguinoso manto,
viene al tempio con gli altri il sommo duce;
e qui l’arme sospende, e qui devoto
il gran Sepolcro adora e scioglie il voto.

 

Serenissima Madama. Sogliono le belle donne con vaghezza rimirare o statua o pittura ove alcuna somiglianza loro si vede espressa, e le giovani particolarmente di vagheggiarsi nello specchio e di vedere ivi ogni loro similitudine ritratta hanno vaghezza: ma Vostra Altezza, tutto che bellissima sia di corpo, né ancora sì attempata che non potesse o altrui piacere o di se stessa compiacersi molto, nondimeno né di suo ritratto né di specchio è tanto vaga, quanto di vedere se stessa rinata e ringiovinita ne’ suoi bellissimi figliuoli, de’ quali il Principe è tale, che ben di lui si può cantare quel verso oraziano

 

Gerusalemme conquistata
Io canto l’arme e ‘l cavalier sovrano,

che tolse il giogo a la cittá di Cristo.
Molto co ‘l senno e con l’invitta mano
egli adoprò nel glorïoso acquisto;
e di morti ingombrò le valli e ‘l piano,
e correr fece il mar di sangue misto.
Molto nel duro assedio ancor sofferse,
per cui prima la terra e ‘l ciel s’aperse.

 

Canto i felici affanni e i primi ardori
che giovanetto ancor soffrì Rinaldo,
e come ‘l trasse in perigliosi errori
desir di gloria ed amoroso caldo,
allor che, vinti dal gran Carlo, i Mori
mostraro il cor più che le forze saldo;
e Troiano, Agolante e ‘l fiero Almonte
restar pugnando uccisi in Aspramonte.

 

..le piagge di Campagna amene,
pompa maggior de la natura, e i colli
che vagheggia il Tirren fertili e molli
Gerusalemme liberata, I, 390-92

 

Tu prima, Onor, velasti
la fonte de i diletti,
negando l’onde a l’amorosa sete:
tu a’ begli occhi insegnasti
a starne in sé ristretti,
e tener lor bellezze altrui secrete:
tu raccogliesti in rete
le chiome a l’aura sparte:
tu i dolci atti lascivi
festi ritrosi e schivi,
a i detti il fren ponesti, a i passi l’arte;
opra è tua sola, o Onore,
che furto sia quel che fu don d’Amore.

 

Ma non perciò nel disdegnoso petto 
d’Argante vien l’ardire o ‘l furor manco, 
benché suo foco in lui non spiri Aletto, 
né flagello infernal gli sferzi il fianco. 
Rota il ferro crudel ove è più stretto 
e più calcato insieme il popol franco; 
miete i vili e i potenti, e i più sublimi 
e i più superbi capi adegua a gli imi.

 

Pianto della notte
Tacciono i boschi e i fiumi,
e’l mar senza onda giace,
ne le spelonche i venti han tregua e pace,
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna;
e noi tegnamo ascose
le dolcezze morose.
Amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.
Qual rugiada o qual pianto,
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
a l’erba fresca in grembo?
Perché ne l’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?

 

Un’ape esser vorrei,
donna bella e crudele,
che sussurrando in voi suggesse il mèle;
e, non potendo il cor, potesse almeno
pungervi il bianco seno,
e ‘n sì dolce ferita
vendicata lasciar la propria vita.

 

Morte di Clorinda
Ma ecco omai l’ora fatale è giunta

che ‘l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s’immerge e ‘l sangue avido beve;
e la veste, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi, e ‘l piè le manca egro e languente.

Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme;
parole ch’a lei novo un spirto ditta,
spirto di fé, di carità, di speme:
virtù ch’or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

– Amico, hai vinto: io ti perdon… perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l’alma sì; deh! Per lei prega, e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave. –
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empié nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! Ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l’acqua a chi co ‘l ferro uccise.
Mentre egli il suon dè sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “S’apre il cielo; io vado in pace. “

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come à gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e ‘l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.

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