Una bellissima raccolta di poesie

 

Sonetto II

 .
Qual in colle aspro, al imbrunir di sera
L’avezza giovinetta pastorella
Va bagnando l’herbetta strana e bella
Che mal si spande a disusata spera
Fuor di sua natia alma primavera,
Cosi Amor meco insu la lingua snella
Desta il fior novo di strania favella,
Mentre io di te, vezzosamente altera,
Canto, dal mio buon popol non inteso
E’l bel Tamigi cangio col bel Arno
Amor lo volse, ed io a l’altrui peso
Seppi ch’ Amor cosa mai volse indarno.
Deh! foss’ il mio cuor lento e’l duro seno
A chi pianta dal ciel sì buon terreno.
 .
§
.

As in the twilight brown, on hillside bare,
Useth to go the little shepherd maid,
Watering some strange fair plant, poorly displayed,
Ill thriving in unwonted soil and air
Far from its native springtime’s genial care;
So on my ready tongue hath Love assayed
In a strange speech to wake new flower and blade,
While I of thee, proud yet so debonair,
Sing songs whose sense is to my people lost–
Yield the fair Thames, and the fair Arno gain.
Love willed it so, and I, at others’ cost,
Already knew Love never willed in vain:
Would my heart slow and bosom hard were found
To him who plants from heaven so fair a ground!

JOHN MILTON  (sonetto originale in italiano)

divisori

Il canto dell’amore

Oh bella a’ suoi be’ dí Rocca Paolina
Co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
Tra il latin del messale e quel del Bembo.
— Quel gregge perugino in tra i burroni
Troppo volentier— disse — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni
Io suo vicario avrò l’artiglieria.
Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
Parla tra i nembi sovra l’aquilon.
Io dirò co’ i cannoni: O gregge mio,
Torna a i paschi d’Engaddi e di Saron.
Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
Odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
Degno di Roma, degno del tuo gusto,
E del ponteficato nostro d’oro. —
Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
Arrotondò qual di fiorente sposa:
Gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
Cinse di torri un serto a l’orgogliosa.
La cantò il Molza in distici latini;
E il paracleto ne la sua virtú
Con più che sette doni a i perugini
In bombe e da’ mortai pioveva giú.
Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
E i sassi addenta che non può scagliare,
E specialmente le sue ferree zane
Gode ne le fortezze esercitare;
E le sgretola; e poi lieto si stende
Latrando su le pietre ruinate,
Fin che si leva e a correr via riprende
Verso altri sassi ed altre bastonate.
Cosí fece in Perugia. Ove l’altera
Mole ingombrava di vasta ombra il suol
Or ride amore e ride primavera,
Ciancian le donne ed i fanciulli al sol.
E il sol nel radiante azzurro immenso
Fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
Folgora, e con desío d’amor piú intenso
Ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.
Nel roseo lume placidi sorgenti
I monti si rincorrono tra loro,
Sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
Entro vapori di viola e d’oro.
Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
Nel talamo, tra’ due mari, seren,
Che sotto i baci de l’eterno amante
Ti freme effusa in lunghe anella al sen?
Io non so che si sia, ma di zaffiro
Sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,

Sento per ogni vena irmi il sospiro
Che fra la terra e il ciel sale e discende.
Ogni aspetto novel con una scossa
D’antico affetto mi saluta il core,
E la mia lingua per sé stessa mossa
Dice a la terra e al cielo, Amore, Amore.
Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
Mi riassorbe l’universo in sé?…
Ahi, fu una nota del poema eterno
Quel ch’io sentiva e picciol verso or è.
Da i vichi umbri che foschi tra le gole
De l’Apennino s’amano appiattare;
Da le tirrene acròpoli che sole
Stan su i fioriti clivi a contemplare;
Da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
La sventura di Roma ancor minaccia;
Da le rocche tedesche appollaiate
Sí come falchi a meditar la caccia;
Da i palagi del popol che sfidando
Surgon neri e turriti incontro a lor;
Da le chiese che al ciel lunghe levando
Marmoree braccia pregano il Signor;
Da i borghi che s’affrettan di salire
Allegri verso la cittade oscura,
Come villani c’hanno da partire
Un buon raccolto dopo mietitura;
Da i conventi tra i borghi e le cittadi
Cupi sedenti al suon de le campane,
Come cuculi tra gli alberi radi
Cantanti noie ed allegrezze strane;
Da le vie, da le piazze gloriose,
Ove, come del maggio ilare a i dì
Boschi di querce e cespiti di rose,
La libera de’ padri arte fiorì;
Per le tenere verdi messi al piano,
Pe’ vigneti su l’erte arrampicati,
Pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
Pe’ boschi sopra i vertici nevati,
Pe’ casolari al sol lieti fumanti
Tra stridor di mulini e di gualchiere,
Sale un cantico solo in mille canti,
Un inno in voce di mille preghiere:
— Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir. —
Che è che splende su da’ monti, e in faccia
Al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia

Passeggian dunque le madonne ancora?
Le madonne che vide il Perugino
Scender ne’ puri occasi de l’aprile,
E le braccia, adorando, in su ‘l bambino
Aprir con deità cosí gentile?
Ell’è un’altra madonna, ell’è un’idea
Fulgente di giustizia e di pietà:
Io benedico chi per lei cadea,
Io benedico chi per lei vivrà.
Che m’importa di preti e di tiranni?
Ei son più vecchi de’ lor vecchi dei.
Io maledissi al papa or son dieci anni,
Oggi co ‘l papa mi concilierei.
Povero vecchio, chi sa non l’assaglia
Una deserta volontà d’amare!
Forse, ei ripensa la sua Sinigaglia
Sí bella a specchio de l’adriaco mare.
Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio
Quel di sé stesso antico prigionier.
Vieni: a la libertà brindisi io faccio:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier!

GIOSUE’ CARDUCCI

divisori

Sul dolore

ON PAIN

Your pain is the breaking of the shell that encloses your understanding.
Even as the stone of the fruit must break, that its heart may stand in the sun, so must you know pain.
And could you keep your heart in wonder at the daily miracles of your life, your pain would not seem less wondrous than your joy;
And you would accept the seasons of your heart, even as you have always accepted the seasons that pass over your fields.
And you would watch with serenity through the winters of your grief.

Much of your pain is self-chosen.
It is the bitter potion by which the physician within you heals your sick self.
Therefore trust the physician, and drink his remedy in silence and tranquillity:
For his hand, though heavy and hard, is guided by the tender hand of the Unseen,
And the cup he brings, though it burn your lips, has been fashioned of the clay which the Potter has moistened with His own sacred tears.

§

Il dolore è lo spezzarsi del guscio
che racchiude la vostra conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi
affinché il suo cuore possa esporsi al sole,
così voi dovete conoscere il dolore.
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia
per i prodigi quotidiani della vita,
il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;
accogliereste le stagioni del vostro cuore
come avreste sempre accolto le stagioni
che passano sui campi.
E vegliereste sereni durante gli inverni del vostro dolore.
Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi.
È la pozione amara con la quale il medico che è in voi
guarisce il vostro male.
Quindi confidate in lui e bevete il suo
rimedio in serenità e in silenzio.
Poiché la sua mano, benché pesante e rude,
è retta dalla tenera mano dell’Invisibile,
e la coppa che vi porge,
nonostante bruci le vostre labbra,
è stata fatta con la creta che il Vasaio
ha bagnato di lacrime sacre.

KHALIL GIBRAN

 

divisori

Ti riconobbi

TE CONOCÍ

Te conocí, porque al mirar la huella
de tu pie en el sendero,
me dolió el corazón que me pisaste.

Corrí loco; busqué por todo el día;
como un perro sin amo.

… ¡Te habías ido ya! Y tu pie pisaba
mi corazón, en un huir sin término,
cual si él fuera el camino
que te llevaba para siempre…

§

Ti riconobbi, perché
guardando l’orma
del tuo piede sul sentiero,
sentii dolore al cuore
che tu calpestasti.
Corsi follemente;
cercai per tutto il giorno,
come un cane senza padrone.
Te n’eri già andato!
E il tuo piede calpestava il mio cuore,
in una fuga senza fine,
come se quello
fosse il cammino
che ti portava via per sempre…

JUAN RAMÒN JIMÈNEZ
divisori

Conosco il sale

CONHEÇO O SAL

Conheço o sal da tua pele seca
depois que o estio se volveu inverno
da carne repousando em suor nocturno.

Conheço o sal do leite que bebemos
quando das bocas se estreitavam lábio
se o coração no sexo palpitava.

Conheço o sal dos teus cabelos negros
ou louros ou cinzentos que se enrolam
neste dormir de brilhos azulados.

Conheço o sal que resta em minhas mãos
como nas praias o perfume fica
quando a maré desceu e se retrai.

Conheço o sal da tua boca, o sal
da tua língua, o sal de teus mamilos,
e o da cintura se encurvando de ancas.

A todo o sal conheço que é só teu,
ou é de mim em ti, ou é de ti em mim,
um cristalino pó de amantes enlaçados.

§

Conosco il sale della tua pelle secca
dopo che l’estate divenne inverno
della carne che riposa nel sudore notturno.

Conosco il sale del latte che bevemmo
quando dalle bocche si stringevano labbra
e il cuore nel sesso palpitava.

Conosco il sale dei tuoi capelli neri
o biondi o grigi che si attorcigliano
in questo dormire di bagliori bluastri.

Conosco il sale che resta sulle mie mani
come sulle spiagge rimane il profumo
quando la marea cala e si ritira.

Conosco il sale della tua bocca, il sale
della tua lingua, il sale dei tuoi capezzoli,
e quello della vita nell’incurvarsi con le anche.

Tutto il sale che conosco è solo tuo,
o è mio in te, o è tuo in me,
una cristallina polvere di amanti intrecciati.

JORGE CANDIDO DE SENA

divisori

Brame

Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
inadempiute, senza voluttuose
notti, senza mattini luminosi.

KONSTANTINOS PETROU KAVAFIS

divisori

Nel mio paese

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Leggeri ormai sono i sogni,
da tutti amato
con essi io sto nel mio paese,
mi sento goloso di zucchero;
al di là della piazza e della salvia rossa
si ripara la pioggia
si sciolgono i rumori
ed il ridevole cordoglio
per cui temesti con tanta fantasia
questo errore del giorno
e il suo nero d’innocuo serpente

Del mio ritorno scintillano i vetri
ed i pomi di casa mia,
le colline sono per prime
al traguardo madido dei cieli,
tutta l’acqua d’oro è nel secchio
tutta la sabbia nel cortile
e fanno rime con le colline

Di porta in porta si grida all’amore
nella dolce devastazione
e il sole limpido sta chino
su un’altra pagina del vento.

ANDREA ZANZOTTO

Lettera d’amore

LOVE LETTER

Not easy to state the change you made.
If I’m alive now, then I was dead,
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn’t just tow me an inch, no-
Nor leave me to set my small bald eye
Skyward again, without hope, of course,
Of apprehending blueness, or stars.

That wasn’t it. I slept, say: a snake
Masked among black rocks as a black rock
In the white hiatus of winter-
Like my neighbors, taking no pleasure
In the million perfectly-chiseled
Cheeks alighting each moment to melt
My cheeks of basalt. They turned to tears,
Angels weeping over dull natures,

But didn’t convince me. Those tears froze.
Each dead head had a visor of ice.
And I slept on like a bent finger.
The first thing I was was sheer air
And the locked drops rising in dew
Limpid as spirits. Many stones lay
Dense and expressionless round about.
I didn’t know what to make of it.
I shone, mice-scaled, and unfolded
To pour myself out like a fluid
Among bird feet and the stems of plants.

I wasn’t fooled. I knew you at once.
Tree and stone glittered, without shadows.
My finger-length grew lucent as glass.
I started to bud like a March twig:
An arm and a leg, and arm, a leg.
From stone to cloud, so I ascended.
Now I resemble a sort of god
Floating through the air in my soul-shift
Pure as a pane of ice. It’s a gift.

§

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.

SYLVIA PLATH

divisori

L’albergo delle fiabe

Di notte, quando dormono i bambini,
tutti, ma proprio tutti i personaggi
delle fiabe più amate se ne vanno
in uno strano albergo sulle nubi.
E c’è chi si riposa dalle tante
e tante prove appena superate,
con l’Orco s’intrattengono le Fate,
Biancaneve sorride alla Matrigna,
il Lupo russa e mentre russa ghigna,
Cenerentola lustra la scarpetta,
Pelle d’Asino aspetta
il Gatto che si sfila gli stivali,
cerca le sue pietruzze Pollicino
nel fondo del giardino,
Alice fa le smorfie nello specchio,
Pinocchio riempie un secchio
di bugie tutte nuove,
e c’è chi in quella folla così varia
si ripete la parte
che affronterà con arte
chiamato da un bambino
nella sua stanza, al sole del mattino.

ELIO PECORA

divisori

Da leggere il mattino e la sera

MORGENS UND ABENDS ZU LESEN

Der, den ich liebe
hat mir gesagt
Daß er mich braucht.

Darum
Gebe ich auf mich acht
sehe auf meinen Weg und
Fürchte von jedem Regentropfen
Daß er mich erschlagen Könnte

§

Colui che amo
mi ha detto
che ha bisogno di me

Per questo
ho cura di me stesso
guardo dove cammino e
temo che ogni goccia di pioggia
mi possa uccidere

BERTOLT BRECHT

divisori

Autunno

È come se perdesse vigore

– il sole –

che insiste a voler entrare

tra rami spogli e chiome ingiallite.

Rimane però nell’aria il tepore,

quel tenue tocco di verde eccedente

che mi accompagna,

– quando ne ho voglia –

ad essere suddito di primavere.

È solo autunno la foglia che cade,

malinconia del tempo e del cuore.

Di astri o sorrisi, nessuna eclissi!

Aurelio Zucchi

Libertà, libertà

Non so come l’han presa non so come l’han messa
di certo quel sant’uomo non voglio diventare
che prega alla mattina e alla sera si confessa
ma ben dentro quel mio dito mi piace infilare.

Chissà che cosa passa a volte in quelle menti
che prendono pezzetti di quel che è stato detto
poi vogliono ascoltare soltanto il lor diletto
calpestano le idee, plagiano le genti.

Un sistema che controlla, al fianco ti s’incolla
tutto san di te, perfino se hai bevuto quell’ultimo caffè
e quell’anima ribelle rimane una chimera
che lotta contro tutti, che dentro si dispera.

Punta la sua prua in direzione opposta
contraria e al cuor suo non dà mai sosta.
Ma se il tempo non rimane e s’ha da guastare
io, ti verrò a cercare per ascoltar quel mare.

Il Passero

 

Io amo il mare

Non amo il mare

quando sa di folla e troppe parole

quando la sabbia è solo ritagli

e le onde senza voce per il troppo rumore.

Io il mare lo ascolto e ci piango

mi brilla negli occhi col cielo

e in ogni onda mi sento

un viandante senza fissa dimora.

Amo il bacio dei gabbiani

quando radenti sfiorano l’increspatura del blu

e la schiuma schiaffeggia gli scogli

forte, un grido di natura e di lotta,

in cui mi ritrovo consapevole e muta

piccola eppure immensa, preziosa,

come una conchiglia lasciata sulla riva.

astrofelia franca donà

Ciao estate 2015

Ciao estate

sei svanita

scivolata fra le mani

come l’acqua o la sabbia.

Mi sei apparsa come un miraggio quest’anno

ti amo così tanto

il tuo calore sana i miei dolori, e

quelli di questa terra così tanto atroci.

Il tepore delle notte stellate ristora l’anima,

fa sognare, anche i più disgraziati

che in questa era affollano mari e cieli.

Ciao estate

non scorderò quell’azzurro mare

che più non è cristallino

ma pieno di innocenza morta

ma, porterò comunque nel cuore quel pugno di sole

che ancora mi riscalda il cuore.

Ciao estate.

Rosy Giglio

Il canto dell’amore

Oh bella a’ suoi be’ dí Rocca Paolina
Co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
Tra il latin del messale e quel del Bembo.
— Quel gregge perugino in tra i burroni
Troppo volentier— disse — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni
Io suo vicario avrò l’artiglieria.
Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
Parla tra i nembi sovra l’aquilon.
Io dirò co’ i cannoni: O gregge mio,
Torna a i paschi d’Engaddi e di Saron.
Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
Odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
Degno di Roma, degno del tuo gusto,
E del ponteficato nostro d’oro. —
Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
Arrotondò qual di fiorente sposa:
Gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
Cinse di torri un serto a l’orgogliosa.
La cantò il Molza in distici latini;
E il paracleto ne la sua virtú
Con più che sette doni a i perugini
In bombe e da’ mortai pioveva giú.
Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
E i sassi addenta che non può scagliare,
E specialmente le sue ferree zane
Gode ne le fortezze esercitare;
E le sgretola; e poi lieto si stende
Latrando su le pietre ruinate,
Fin che si leva e a correr via riprende
Verso altri sassi ed altre bastonate.
Cosí fece in Perugia. Ove l’altera
Mole ingombrava di vasta ombra il suol
Or ride amore e ride primavera,
Ciancian le donne ed i fanciulli al sol.
E il sol nel radiante azzurro immenso
Fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
Folgora, e con desío d’amor piú intenso
Ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.
Nel roseo lume placidi sorgenti
I monti si rincorrono tra loro,
Sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
Entro vapori di viola e d’oro.
Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
Nel talamo, tra’ due mari, seren,
Che sotto i baci de l’eterno amante
Ti freme effusa in lunghe anella al sen?
Io non so che si sia, ma di zaffiro
Sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,

Sento per ogni vena irmi il sospiro
Che fra la terra e il ciel sale e discende.
Ogni aspetto novel con una scossa
D’antico affetto mi saluta il core,
E la mia lingua per sé stessa mossa
Dice a la terra e al cielo, Amore, Amore.
Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
Mi riassorbe l’universo in sé?…
Ahi, fu una nota del poema eterno
Quel ch’io sentiva e picciol verso or è.
Da i vichi umbri che foschi tra le gole
De l’Apennino s’amano appiattare;
Da le tirrene acròpoli che sole
Stan su i fioriti clivi a contemplare;
Da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
La sventura di Roma ancor minaccia;
Da le rocche tedesche appollaiate
Sí come falchi a meditar la caccia;
Da i palagi del popol che sfidando
Surgon neri e turriti incontro a lor;
Da le chiese che al ciel lunghe levando
Marmoree braccia pregano il Signor;
Da i borghi che s’affrettan di salire
Allegri verso la cittade oscura,
Come villani c’hanno da partire
Un buon raccolto dopo mietitura;
Da i conventi tra i borghi e le cittadi
Cupi sedenti al suon de le campane,
Come cuculi tra gli alberi radi
Cantanti noie ed allegrezze strane;
Da le vie, da le piazze gloriose,
Ove, come del maggio ilare a i dì
Boschi di querce e cespiti di rose,
La libera de’ padri arte fiorì;
Per le tenere verdi messi al piano,
Pe’ vigneti su l’erte arrampicati,
Pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
Pe’ boschi sopra i vertici nevati,
Pe’ casolari al sol lieti fumanti
Tra stridor di mulini e di gualchiere,
Sale un cantico solo in mille canti,
Un inno in voce di mille preghiere:
— Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir. —
Che è che splende su da’ monti, e in faccia
Al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia

Passeggian dunque le madonne ancora?
Le madonne che vide il Perugino
Scender ne’ puri occasi de l’aprile,
E le braccia, adorando, in su ‘l bambino
Aprir con deità cosí gentile?
Ell’è un’altra madonna, ell’è un’idea
Fulgente di giustizia e di pietà:
Io benedico chi per lei cadea,
Io benedico chi per lei vivrà.
Che m’importa di preti e di tiranni?
Ei son più vecchi de’ lor vecchi dei.
Io maledissi al papa or son dieci anni,
Oggi co ‘l papa mi concilierei.
Povero vecchio, chi sa non l’assaglia
Una deserta volontà d’amare!
Forse, ei ripensa la sua Sinigaglia
Sí bella a specchio de l’adriaco mare.
Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio
Quel di sé stesso antico prigionier.
Vieni: a la libertà brindisi io faccio:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier!

GIOSUE’ CARDUCCI

Tra i vicoli intriganti…la vita

La strada assolata del lungomare
e il salmastro odore che si spande nell’aria,
in queste prime ore del pomeriggio,
sono cadute tra le ossa del dolore
sino ad esistere ormai solo come sogno.
E, mentre il sogno segue il suo viaggio,
ascolto l’alito del vento che sconfina tra spazi infiniti.
Assente ogni altra voce
nella vita rimasta stesa nei panni freschi di bucato,
tra i vicoli intriganti.

Maria Rosaria Rozera

Felicità sofferta

E si chiuse il chiavistello

dietro le mie spalle.

Una suora piccola e arcigna

mi spinse in fondo al corridoio,

fioca luce e sbarre consumate

alla finestra.

Tu stavi raggomitolata

dicevi di non riconoscermi

rifiutavi il contatto

volevi proteggermi,

volevi che fuggissi di scatto,

io che potevo farlo

non ti ho ascoltato.

Piangevo senza lacrime

ma di te ricordo tutto

madre senza più identità,

madre senza colpa

se non quella d’avere 

l’anima avvolta nel mare

oscuro del dolore,

dolore che non ti faceva

intravedere nessuna luce

in fondo al tunnel ovattato

di stupidi tranquillanti.

Troppo tempo è passato

ma il ricordo non mi ha lasciato,

torna violento nella giornata

squassata dal vento,

torna e mi dà la forza

di sbiancare le parole

per continuare a scrivere

per continuare a vivere.

Piangevo senza lacrime

ma di te ricordo tutto

madre senza più dolore,

senza più paura adesso.

Sono riuscita a varcare

il vergognoso cancello,

ce l’ho fatta per te;

che ti raggiunga e ti dia respiro

il canto della figlia ritrovata

nell’innata sensibilità

e che della tua fragilità

continua a farne la sua forza,

continua a farne 

la sua sofferta felicità.

Roberta Bagnoli

Torna a viver e a splender la Natura

Come cantò il cantor di Sirmio

“Iam ver egelidos refert tepores,
iam caeli furor aequinoctialis
iucundis Zephyri silescit auris”

sì già miti tepor annuncia stagion nuova

e muta del ciel è l’equinoziale  furia

e dolce di Zefiro è  il leggero soffio:

non senti ? Nuovi colori e nuovi suoni oggi offre

Primavera e d’ognun  l’animo forte sussulta

e gioisce alla dolce vision ed all’ascolto del

nuovo e rinnovato  mondo: spuntan e timide

si mostran  le viole lungo le rive dei fossati

e qui scorrono fresche e limpide le acque 

laggiù il nero merlo nel  cespuglio ascoso

al cielo canta e lieta vola la rondine sul tetto

dal vento  smosse alzate le protettive foglie

al tepor dell’invitante sol  il riccio nel giardino

si ridesta roseo è il pesco e bianco vestito è

 il pruno e nei prati e negli orti  tutto è un tripudio

di colori: della camelia i fior son rosse bocche

occhi gialli sonnolenti all’aprirsi della forsizia

 quei mille fiori che il pennello del Demiurgo a

 dipinger non s’arresta e così torna a viver

 e a splender la Natura a ogni nuova Primavera.

Giuseppe Gianpaolo Casarini

Sfrontata bellezza

Sfrontata

.

Guardo i tuoi occhi,

e attendo che il cuore

emozionato

smetta di soffocarmi…

ma le tue labbra crudeli

succhiano voluttà

dalle mie vene.

Nella sfrontata tua bellezza

s’inarca il mio corpo

la pelle si fa anima,

e nell’abbraccio dei tuoi seni

trovo il coraggio d’amarti

e l’infinita paura di perderti.

.Alberto Baroni

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